Io sono uno di quelli che aspetta i film di Tarantino. Che li va a vedere sempre due volte. In anni più o meno recenti solo "Non è un paese per vecchi" l'ho rivisto due volte, pur non essendo di QT. Perciò non appena il mio corrispondente di Torino m'ha detto che Django era in sala mi sono fiondato nella prima sala cinematografica che lo proponesse. E per uno come me, nato e cresciuto coll'accompagnamento dei blues, è stato uno sballo. Quando è passata la scritta in rosso, più grande dello schermo, MISSISSIPPI, a momenti mi mettevo a piangere. So esattamente cosa disse Martin Luther King nel celebre "I Have a Dream" del Lincoln Memorial il 28 agosto del 1963. Disse: "Ho un sogno. Che PERSINO lo stato del Mississippi così tanto traboccante di ingiustizia e di oppressione sia un giorno un'oasi di libertà e giustizia". E' il PERSINO che spiega cosa fosse il Mississippi. Non era l'Alabama o la Georgia dei cavalieri bianchi del KKK. ERA PEGGIO. Come si vede nel film i cani sbranavano gli schiavi fuggiaschi, e secondo me, ancora adesso nel Sud, mica sono tanto contenti di vedere il film, e QT c'ha risparmiato gli stupri, bontà sua. Ecco, magari solo "Mississippi Burnin'" ha martellato quei tastini un pochettino ancora dolenti. Davvero quando ha parlato di Greenville, Mississippi, a momenti mi mettevo a piangere, ma s'accende la luce e compare INTERVALLO.
Io sono lì con le lacrime agli occhi e subito dietro a me, nella Multisala Manzoni a Paese, provincia di Treviso, sento una voce di ragazza che dice:
"Beh! sì non è male, ma c'è troppo sangue, ogni volta che ci sono quelle scene di eccessiva violenza io guardo il soffitto".
La MIA MENTE, non la mia bocca, parte alla svelta. "Ma, D.C. (uso le iniziali d'un intercalare decisamente molto, ma molto blasfemo) se odi il sangue che cazzo sei venuta a fare ad un film di Tarantino? Che c'è più sangue che nella scena del massacro finale nel campo di Mapache nel Mucchio Selvaggio...".
"Beh sai ho scelto di venire allo spettacolo delle otto, perchè domattina devo andare a messa presto, che poi devo fare una cosa verso le undici per la parrocchia...".
La MIA MENTE: "Ah D.C., D.C!".
E poi con voce di saputella sul tema: "Poi su questi temi ho letto "Le Avventure di Huckelberry Finn", che parla d'un ragazzo e un NEGRO che scappano, che allora era molto pericoloso...Vabbè che è un libro per ragazzi...".
La MIA MENTE, ma ormai anche la mia bocca stanno per partire in un: "Ciò brutta basabanchi (in italiano significa più o meno "bigotta", ma basabanchi è di più) Huckleberry Finn un libro per ragazzi? Le scuole cattoliche t'hanno proprio spappolato il cervello senza bisogno del fucile a pompa!". Di bestemmie ne ho sentite tante, ma che Huckleberry Finn è un libro per ragazzi è una delle peggiori. Di fronte a una così bestiale blasfemia stavo per girarmi e mandarla a cagare di fronte a tutti, quando un ragazzo albanese, seguito da un ragazzo indiano, quindi scuro di carnagione, sono venuti fuori dalla fila e si sono diretti verso l'uscita per andare a prendere un paio di soft drink. Un amico fà loro: "Beh! Dove andate?" e il ragazzo albanese preso dalla tarantinata risponde: "Beh! Mi porto via il negro". Lì il cinema è esploso e io ho avuto la chiara percezione che la parte migliore degli italiani saranno senza dubbio gli immigrati di seconda generazione. Grazie anche per questo, Quentin!
lunedì 21 gennaio 2013
giovedì 17 gennaio 2013
LO SCRITTORE (O ANCHE IL MUSICISTA, PIU' O MENO E' LO STESSO)
E' il 50^ post del blog perciò riveste una particolare importanza e come tale va trattato. Buona lettura miei bazzicatori.
La parola SCRITTORE deve rivestire una serie di significati ancestrali che racchiudono elementi che attengono a una qualche sorta di sciamanesimo. E' bello farsi dare dello SCRITTORE, è come essere una specie umana che si distingue dalle altre perchè riesce a cogliere aspetti insondabili dell'essere perlopiù preclusi. Esattamente come i cani con gli ultrasuoni. Credo che l'effetto subliminale della parola sia legato alle prime quattro sillabe, SCRI, che ricordano molto il suono che fanno i sacchetti di patatine quando si appallottolano e si buttano via. Il piacere sta nel ricordo dello scrocchio sotto i denti, molto simile all'appallottolio, di quei veli gialli genialmente salati. Quello dello SCRITTORE è proprio uno status così. Uno status meraviglioso. Ma non è, intendiamoci, una professione: in effetti io ho conosciuto solo una persona che campa facendo solo quello. Lo SCRITTORE è uno stato dell'anima, e se uno ti dice che fa lo SCRITTORE non esprime una professione, ma una sensazione. E, alle volte, è talmente prorompente che nei documenti ufficiali compare come professione. E' uno SCRITTORE, ma per otto ore al giorno fa il ragioniere, oppure il fruttivendolo. Nei casi estremi uno è pure avvocato, ma minimizza, perchè in realtà, dice, vorrebbe fare lo SCRITTORE, e qualcosa ha già scritto e qualcuno gliel'ha pubblicato: magari pagando 2500 euro per 400 copie che dovrà provvedere a vendere in qualche modo, ma non ci saranno problemi perchè, gliel'hanno detto in casa editrice, ha lo stesso, uguale talento di Paco Ignacio Taibo II e la gente ci metterà poco a scoprirlo. Pensate che ho pure sentito dire d'un tizio incluso nei candidati di SEL per le amministrative che ha fornito quale professione l'attività che lo fa campare: pubblico esercente o barista, ma s'è ritrovato SCRITTORE nei santini elettorali, perchè aveva scritto quattro o cinque libri. "Ma cazzo! Io non campo mica scrivendo, io campo spinando birre!". La risposta è stata che lui era in realtà e non lo sapeva, intimamente SCRITTORE e solo incidentalmente pubblico esercente. La pura realtà è che la parola SCRITTORE ammanta una persona di, come direbbe Paolo Conte, un"afrore di coloniali" (afrore è maschile o femminile? per via dell'apostrofo), e anche chi gli sta intorno, mentre la parola barista, possiamo dire così, lo connota d'altri odori che, vuoi mettere, mica sono così amusant.
Da molto tempo chi scrive (nel senso, io in questo preciso momento) sta su quel pericoloso cordolo in cui si fanno i conti per poter spiccare il volo. Ma quello serve per campare se non hai nessuna buonanima che ti foraggia: 20.000 euro lordi l'anno, per poter contare almeno su 12.000 euro netti. Per chi suona sono 100 gig a 200 euro a serata, o il contrario: 200 a 100. Per chi scrive sono 15.000 libri venduti all'anno (più apparizioni e via così). Se stai sotto c'è qualcuno che, in qualche modo, ti mantiene, oppure una discreta parte dei guadagni è, per forza, in nero. E' un segreto di Pulcinella, ma spesso gli ARTISTI non esistono per il fisco e neppure per la previdenza sociale, ma sono opinion leader e dicono la loro sulla società: soprattutto ora che internet e le community consentono la democrazia liquida e ogni scarrafone di carisma può condividere la sua opinione su varie piattaforme. A loro basterebbe chiedere: "Scusa me la fai vedere la tua dichiarazione dei redditi? Che magari va a finire che non hai partecipato alle spese per la tua operazione d'appendicite il mese scorso...", giusto per farli piantare di dire cagate sui difetti della società in cui vivono, ma, giustamente, mi si obietterà che non si può mescolare l'ARTE col fisco.
Se chi scrive (nel senso, io in questo preciso momento), di cui, magari, qualcuno di Voi ha letto un libro volesse lanciarsi nel mondo degli SCRITTORI, dovrebbe fare i conti con la cifra predetta: 15.000 libri venduti all'anno. Ma diciamoci una buona volta la verità: chi cazzo vende in Italia 15.000 libri all'anno? O 30.000 se scrive un libro ogni due anni? Come cazzo è possibile immaginare di poter campare di scrittura in un paese in cui i dati d'acquisto dei libri sono pari a quelli del Burkina Faso? Anche questo è un enigma (non ho messo l'apostrofo perchè secondo me "enigma" è maschile) della SCRITTURA. Come cazzo è che tutti parlano di libri e non legge nessuno? Come cazzo è che tutti brancicano e sbarbolano dietro a "Fahreneit" e saranno 5.000 persone in Italia che acquistano e leggono più di quindici libri all'anno?
Bisogna davvero aprirsi al senso di meraviglia. E' incredibile quanto i misteri della SCRITTURA siano enormi e avventurosi che quelli antichi di Eleusi sono robette per bambinelli con i denti da latte.
La parola SCRITTORE deve rivestire una serie di significati ancestrali che racchiudono elementi che attengono a una qualche sorta di sciamanesimo. E' bello farsi dare dello SCRITTORE, è come essere una specie umana che si distingue dalle altre perchè riesce a cogliere aspetti insondabili dell'essere perlopiù preclusi. Esattamente come i cani con gli ultrasuoni. Credo che l'effetto subliminale della parola sia legato alle prime quattro sillabe, SCRI, che ricordano molto il suono che fanno i sacchetti di patatine quando si appallottolano e si buttano via. Il piacere sta nel ricordo dello scrocchio sotto i denti, molto simile all'appallottolio, di quei veli gialli genialmente salati. Quello dello SCRITTORE è proprio uno status così. Uno status meraviglioso. Ma non è, intendiamoci, una professione: in effetti io ho conosciuto solo una persona che campa facendo solo quello. Lo SCRITTORE è uno stato dell'anima, e se uno ti dice che fa lo SCRITTORE non esprime una professione, ma una sensazione. E, alle volte, è talmente prorompente che nei documenti ufficiali compare come professione. E' uno SCRITTORE, ma per otto ore al giorno fa il ragioniere, oppure il fruttivendolo. Nei casi estremi uno è pure avvocato, ma minimizza, perchè in realtà, dice, vorrebbe fare lo SCRITTORE, e qualcosa ha già scritto e qualcuno gliel'ha pubblicato: magari pagando 2500 euro per 400 copie che dovrà provvedere a vendere in qualche modo, ma non ci saranno problemi perchè, gliel'hanno detto in casa editrice, ha lo stesso, uguale talento di Paco Ignacio Taibo II e la gente ci metterà poco a scoprirlo. Pensate che ho pure sentito dire d'un tizio incluso nei candidati di SEL per le amministrative che ha fornito quale professione l'attività che lo fa campare: pubblico esercente o barista, ma s'è ritrovato SCRITTORE nei santini elettorali, perchè aveva scritto quattro o cinque libri. "Ma cazzo! Io non campo mica scrivendo, io campo spinando birre!". La risposta è stata che lui era in realtà e non lo sapeva, intimamente SCRITTORE e solo incidentalmente pubblico esercente. La pura realtà è che la parola SCRITTORE ammanta una persona di, come direbbe Paolo Conte, un"afrore di coloniali" (afrore è maschile o femminile? per via dell'apostrofo), e anche chi gli sta intorno, mentre la parola barista, possiamo dire così, lo connota d'altri odori che, vuoi mettere, mica sono così amusant.
Da molto tempo chi scrive (nel senso, io in questo preciso momento) sta su quel pericoloso cordolo in cui si fanno i conti per poter spiccare il volo. Ma quello serve per campare se non hai nessuna buonanima che ti foraggia: 20.000 euro lordi l'anno, per poter contare almeno su 12.000 euro netti. Per chi suona sono 100 gig a 200 euro a serata, o il contrario: 200 a 100. Per chi scrive sono 15.000 libri venduti all'anno (più apparizioni e via così). Se stai sotto c'è qualcuno che, in qualche modo, ti mantiene, oppure una discreta parte dei guadagni è, per forza, in nero. E' un segreto di Pulcinella, ma spesso gli ARTISTI non esistono per il fisco e neppure per la previdenza sociale, ma sono opinion leader e dicono la loro sulla società: soprattutto ora che internet e le community consentono la democrazia liquida e ogni scarrafone di carisma può condividere la sua opinione su varie piattaforme. A loro basterebbe chiedere: "Scusa me la fai vedere la tua dichiarazione dei redditi? Che magari va a finire che non hai partecipato alle spese per la tua operazione d'appendicite il mese scorso...", giusto per farli piantare di dire cagate sui difetti della società in cui vivono, ma, giustamente, mi si obietterà che non si può mescolare l'ARTE col fisco.
Se chi scrive (nel senso, io in questo preciso momento), di cui, magari, qualcuno di Voi ha letto un libro volesse lanciarsi nel mondo degli SCRITTORI, dovrebbe fare i conti con la cifra predetta: 15.000 libri venduti all'anno. Ma diciamoci una buona volta la verità: chi cazzo vende in Italia 15.000 libri all'anno? O 30.000 se scrive un libro ogni due anni? Come cazzo è possibile immaginare di poter campare di scrittura in un paese in cui i dati d'acquisto dei libri sono pari a quelli del Burkina Faso? Anche questo è un enigma (non ho messo l'apostrofo perchè secondo me "enigma" è maschile) della SCRITTURA. Come cazzo è che tutti parlano di libri e non legge nessuno? Come cazzo è che tutti brancicano e sbarbolano dietro a "Fahreneit" e saranno 5.000 persone in Italia che acquistano e leggono più di quindici libri all'anno?
Bisogna davvero aprirsi al senso di meraviglia. E' incredibile quanto i misteri della SCRITTURA siano enormi e avventurosi che quelli antichi di Eleusi sono robette per bambinelli con i denti da latte.
venerdì 11 gennaio 2013
IL MONDO PICCOLO E LA MELOMANIA
Beh! E' ovvio che gli amici fioriscano nel mondo che bazzichi. Nà volta sbocciavano soprattutto nel mondo della musica, mò invece crescono nel mondo dei libri: ma, chissà come mai, s'avvitano sempre in qualche modo col mondo della musica. Ier sera ho chiamato quello che reputo un buon nuovo amico per parlare di materie, per l'appunto, libresche (anche se "libresco" ha un significato, vocabolariamente, negativo, in questo caso s'intende che parlavano di robe attinenti ai libri) e lui mi fa: "Potresti richiamarmi, sai sono durante la pausa d'un concerto...". Insomma, è un ragazzo giovane (cosa che v'invito a prendere con le pinze, perchè aumento l'età-soglia della gioventù a seconda della mia medesima età), fresco e veloce, e la pausa del concerto m'ha insospettito: "E' musica classica!" ho pensato. In realtà non era musica classica, era musica operistica, e sono caduto dal pero. Non ho mai capito quelli che ascoltano musica operistica, anche se un mio zio ligure, ma d'origine reggiana, aveva tentato d'ispirarmi regalandomi "La Boheme". Io l'ho pure ascoltata, ma il disco è andato a finire sotto tutti gli altri, tanto per capirci. Io i melomani non li ho mai capiti, ma c'è un ma, e forse anche più di uno. Il primo "ma" è che sono un fan della "Barcaccia", il programma di Radiotre, che considero uno delle "emissioni" più pirotecniche della radio italiana, e Suozzo e Stinchelli due speakers sensazionali, che, come si diceva dei grandi cantanti di rhythm and blues, potrebbero leggere anche l'elenco telefonico e tu rimanere lì ad ascoltarli impappinato. Se un giorno m'appassionerò all'opera sarà gran merito di Suozzo & Stinchelli. Ma, come dicevo prima, c'è dell'altro. Il mio amico m'ha detto: "Sai ieri sera c'era Verdi...", come io potrei dire, "Beh, sai, ieri sera c'erano i Tinariwen...". E ho pensato a Giuseppe Verdi, alla sua casa natale delle Roncole, comune di Busseto, a cui son passato davanti tantissime volte nelle mie peregrinazioni nella Bassa, a caccia di nonsisachecosa, ma che forse sta dentro in gran quantità in "Bluespadano" e "Compagno di Viaggio", e anche un pochetto in "Imerio". La casa di Giuseppe Verdi è a due passi (forse venticinque passi) da quella di residenza di Giovannino Guareschi, uno dei più grandi scrittori italiani e gigantesco cantore della Bassa, come cerco di dire sempre, l'alter-ego italiano di Mark Twain. E' curiosissimo come due mondi, uno per me ben conosciuto e l'altro affatto sconosciuto, siano tanto adiacenti, proprio nel cuore del Mondo Piccolo (per me il cuore della Bassa Guareschiana, che è poi LA BASSA, sono Le Roncole, anche se altri dicono Diolo e altri ancora propendono per Zavattini e Luzzara). Come dicono i pramzan e anche le teste quadre: "C'è qualcosa che tocca!" se sono tanto appassionato della Bassa e non sono un melomane. Se il più grande batterista di blues in Italia è un melomane qualcosa vorrà dire. Qualcosa vorrà certamente dire. Se una volta ascoltavo il liscio me ne andavo alla svelta, mentre adesso suono con l'armonica "Fantasia Americana" e, un poco, "Bellezza In Bicicletta", qualcosa vorrà pur dire. Andrà a finire, lo so, che diventerò un melomane pure io. Minchia, nella vita succede di tutto.
p.s. visto che i blog che vanno per la maggiore sono quelli che parlano di cibo, mi ci metto anch'io, ma, d'altro canto, da nessuna parte come nella Bassa musica, cibo e lettura vanno tutte insieme in un unico continuum. A 10 passi dalla casa di Giovannino Guareschi (e quindi a trentacinque dalla casa natale di Giuseppe Verdi) c'è la Trattoria Alle Roncole, un posto meraviglioso dove ho mangiato. Alcuni mi dicono che aujourd'hui sarebbe chiusa, ma io non ci posso credere. Sarebbe come dire che il Cane Gringo della seconda storia del Boscaccio non è mai esistito.
p.s. visto che i blog che vanno per la maggiore sono quelli che parlano di cibo, mi ci metto anch'io, ma, d'altro canto, da nessuna parte come nella Bassa musica, cibo e lettura vanno tutte insieme in un unico continuum. A 10 passi dalla casa di Giovannino Guareschi (e quindi a trentacinque dalla casa natale di Giuseppe Verdi) c'è la Trattoria Alle Roncole, un posto meraviglioso dove ho mangiato. Alcuni mi dicono che aujourd'hui sarebbe chiusa, ma io non ci posso credere. Sarebbe come dire che il Cane Gringo della seconda storia del Boscaccio non è mai esistito.
martedì 8 gennaio 2013
MUSICA (di quello so parlare): CIACCOLE DIETRO ALLA TASTIERA.
Beh, se devo pensare di dedicare un blog a un argomento specifico, come fanno tutti i blogger che si rispettino, quelli che campano facendo i blogger (a me par impossibile che sia possibile, ma sembra accada davvero), allora mi tocca dedicarlo alla musica: con quella sono cresciuto e pare pure che, a un certo punto, si raccontasse che ne sapessi molto sull'argomento. Di certo, però, so che Lei m'ha pure insegnato a pensare di poter scrivere, grazie a un mezzo miracolo di libro chiamato "Natura Morta con Custodia di Sax", guardacaso proprio edito da Instar Libri. Allora se mi tocca per forza dedicarlo alla musica, comincio a raccontarVi cosa sto ascoltando adesso: Angela Hewitt, insieme a Ramin Bahrami, probabilmente la più importante interprete bachiana in questi anni. E' curioso, la pianista canadese m'ha molto affascinato, tanto d'avventurarmi nell'acquisto d'un cofanetto da 80 euro che mai e poi mai mi sarei potuto permettere, ma ora mi sto chiedendo cos'è che, in realtà, m'abbia attratto. Purtroppo devo ammettere che più che il suo pianismo, m'ha entusiasmato la somiglianza con Glenn Gould. E' dura da accettare, ma sembra sua figlia. E quindi impelle la domanda successiva, perchè una questione porta subito ad un'altra questione: "Come accidenti riuscire a sfuggire alla "genitorialità" artistica"? Beh! d'altro canto Gould ha suonato soprattutto Bach e quindi potrebbe sembrare che pure lui fosse ingabbiato nella translitterazione di Ferruccio Busoni, grande ribelle pianista del suo tempo, ma come già detto, invece, Gould appare ogni giorno più trasparente e al passo coi tempi. E' il fermarsi e cercare d'andare oltre, un po' per studio e un po' per caso, come accade per il blues, in cui il salto casuale è il sale della musica, che rende la musica ininvecchiabile. Jan Johansson è proprio così: conosce certo il jazz e Eric Satie, ma quel che tira fuori dal pianoforte è cristallino, suo proprio, come è il tocco di Glenn Gould. Ma grandi esploratori dello spartito come Gould e Johansson, contrariamente a ciò che dicono i professoroni della musica, hanno la stessa dignità d'un Muddy Waters che incide "Folk Singer", con tutte quelle riflessioni acustiche attorno al così tanto bistrattato blues, col gusto pazzeschissimo dei silenzi in "Captain, Captain" e delle pause che guardacaso sono pure i tratti rilevanti del pianista canadese e del jazzman svedese. Il blues, finisco sempre a parlare di Lui, se suonato col rispetto che merita raggiunge vette artistiche inusitate, che hanno pari dignità dei più celebrati componimenti, e questo per sconfessare drammaticamente quelli che, sorridacchiando, sostengono che è pure accetabile suonarlo un poco scordati. Un accidente di minchia. Bisogna rispettarlo perchè Blind Willie Johnson sta lassù insieme alla 5^ di Beethoven dentro a Voyager. Blind Willie Johnson non suonava scordato. Tutta questa riflessione è una consecutio d'un ascolto notturno, perchè il mio amico Luigi Tempera ha postato su un noto social-network un video di Otis Rush al festival blues di Montreaux nel 1986. Considero le Cobra Session del 1956 uno dei più grandi capolavori della storia del blues e, quindi, se sto dietro al ragionamento di prima, della musica, ma vedere la squallida esibizione di Montreaux m'ha lasciato a bocca aperta. Mica Otis Rush, lui fa quello che sa fare, ma la band alle sue spalle è devastante. Magari a qualcuno piaceranno i bassisti e i batteristi che sparano a 400 all'ora o i secondi chitarristi che sparano didascalie di frasi a manetta. A me fanno cagare, neri o non neri che siano. Credo che fermarsi e pensare sia necessario. Perchè la musica è una gran responsabilità. Davvero una gran responsabilità.
martedì 27 novembre 2012
UN RACCONTO PERDUTO E RITROVATO
E' difficile tenere un blog, come già dissi: potrei parlare di blues, ma è acqua passata, potrei parlare di libri, ma è ancora un tantino presto per via che aspetto gli exit-poll d'"Imerio". Perciò posto un vecchio racconto, più recente di quelli che avete trovato in "A Pedate", ma che parla dello stesso tema. Mi sarebbe piaciuto, se avessi conosciuto la storia, metterlo tra quelle 11 storie, ma è saltato fuori dopo che il libro era già entrato nella rotativa della Mattioli1885. Perciò lo faccio emergere ora, senza editing e senza niente, cosiccome è saltato fuori due anni e mezzo fa. Fate conto sia il dodicesimo racconto di "A Pedate".
IL RACCONTO D’UNA BATTAGLIA
Gli organizzatori erano persino
contenti. Un parere neutro avrebbe testimoniato di non tanta gente in platea,
ma, davvero per gli organizzatori non erano per nulla pochi. Per una serata
infrasettimanale in una cittadina che pareva uscisse di casa solo per le
funzioni domenicali, quella trentina di persone rappresentava un successo di
cui raccontare in giro. Ma c’era dell’altro. La trentina intervenuta
rappresentava quasi tutte le età e tutti, indistintamente, stavano a bocca aperta
ad ascoltare il tizio che parlava. Come se discorresse su qualcosa di mai
sentito. Eppure l’oratore, o come si vuol nominare quello che chiacchierando
gesticolava sopra la pedana del cinema parrocchiale, aveva avvisato la platea.
“Il calcio di cui vi racconto non è il calcio
d’adesso. E’ un altro calcio. Badate bene non mi permetto di confrontare i
calciatori d’allora con quelli d’adesso. Lo lascio fare a voi. Vi dico solo che
fino al mondiale 1966 le sostituzioni non erano ammesse. Furono possibili due
cambi a partita a partire dall’edizione 1970 della Coppa Rimet, quella giocata
in Messico. Prima, chi cominciava la partita la doveva finire in un modo o
nell’altro. Poi nei mondiali del 1966, Stanley Rous, il presidente della FIFA,
che aveva orchestrato il torneo per fare in modo che, finalmente,
l’Inghilterra vincesse, venne colto dal
rimorso. Oppure, è più verosimile conoscendo lo stomaco robusto di Rous,
qualcuno gli fece notare che vedere Pelè, il più forte giocatore di tutti i
tempi, zoppicare pietosamente durante tutta la partita Portogallo – Brasile
dopo il terribile tackle di Morais all’inizio del primo tempo, era
assolutamente scandaloso. “Passi che l’arbitro Mc Cabe non abbia espluso
Morais, perché quello meritava l’intervento, ma quantomeno concedere
l’opportunità della sostituzione ai brasiliani. Almeno quello”. Allora Rous ne
convenne. A malincuore, ma ne convenne. Disse: “Dal 1970 comincìno le
sostituzioni. Più per la fatica dell’altura di Messico che per altro..”. E il
calcio cambiò. Come l’Avanti Cristo e il Dopo Cristo. Ci furono ancora partite
eroiche, ma relegate alla prima metà degli anni ’70, quando ancora alcuni
giocavano coll’idea del resistere fino all’ultimo respiro. Poi tutti si
conformarono al calcio nuovo. Cosa significa calcio eroico? Non ve lo sto a
specificare riga per riga. Vi racconto solo alcune storie di partite. Ancora
una volta siete voi che dovete farvi un’idea di cosa fosse quel calcio e cos’è
quello d’adesso. Se, casomai, siano lo stesso sport”.
E cominciò a raccontare di
giocatori col capo bendato, di gente che rifiutò di disputare la prima finale
del Campionato del Mondo in Uruguay per paura di uno che chiamavano “L’Uomo che
Cammina” e di altre storie ancora che parevano piovute dai tempi di Enrico Toti
e Gregorio Finimondi. Poi l’oratore, o come accidenti si vuol chiamare, disse
che sir Stanley Matthews, l’ala destra inglese che giocò fino a 50 anni,
sostenne che la partita più dura che egli avesse mai giocato fu Inghilterra –
Italia a Highbury nel novembre del 1934: una partita che passò alla storia come
“la Battaglia di Highbury”. “Ma” e poi sostenne un attimo di silenzio che
pareva vibrasse nell’aria sopra le teste degli spettatori, “ci sono state un
sacco di partite che hanno dato vita a vere e proprie battaglie campali. Io,
dal canto mio, ho rovistato qui e là, tra vecchi giornali e discorsi che i
pensionati fanno nei bar, e, ad oggi, questa è la partita più dura di cui abbia
mai sentito parlare”.
“Nel 1938 la squadra che tutti
s’attendevano e desideravano diventasse campione del mondo era una squadra che in
Europa nessuno aveva mai visto. Forse per questo l’agognavano così tanto
campione. Perché era forte attraverso le voci che, chissà in che modo,
provenivano d’aldilà dell’Oceano. Era il vento che superava il mare che
sospirava i nomi di Leonidas Da Silva, di Domingos da Guia, di Tim, di Zezè
Procopio. I calciatori brasiliani venivano sognati. Tim faceva sparire la palla
davanti agli occhi degli avversari esterrefatti, Leonidas rimbalzava da una
parte all’altra del campo ad una velocità prodigiosa e talvolta s’esibiva in un
funambolismo che in Sudamerica tutti chiamavano la “cilena”, ma di cui i
brasiliani avevano cominciato a parlare come della “bicicletta” pur di non dar
meriti alle “moscas” cilene. Si
raccontava che Leonidas facesse come un salto mortale all’indietro riuscendo a
calciare la palla con la testa sotto e le gambe per aria. Domingos, invece, era
un difensore spietato, ma una volta svelta la palla all’avversario non si
produceva nella pedata caratteristica del comune centromediano: un po’ precisa
e un po’ in balìa della fortuna. No. Usciva dall’area con la palla al piede e
la testa alta. Osservava le mosse dei compagni e poi si produceva nel lancio
millimetrico che meglio li assecondava. Il Brasile era un prodigio portato dal
vento e il vento era davvero molto amato dai francesi. Avevano esordito a Strasburgo ed erano riusciti a piegare dopo
i tempi supplementari un’ inaspettatamente valorosa Polonia. A dir la verità,
finchè il campo era rimasto praticabile i brasiliani avevano surclassato i
polacchi, ma poi un’acquazzone aveva inselvatichito il prato e i polacchi, più
robusti, avevano preso il sopravvento. Era finita 6 a 5 con quattro reti
marcate, nonostante il fango, dal fenomenale Leonidas. Ma, adesso, il tempo a
Bordeaux era bello e contro la Cecoslovacchia i brasiliani avrebbero potuto
esprimersi al meglio. Solo che i cecoslovacchi erano i vice-campioni del mondo.
A Roma, quattro anni prima, avevano perso la finale contro l’Italia ai
supplementari e per quanto i brasiliani fossero spinti dall’entusiasmo, la
Cecoslovacchia era pur sempre una delle grandi potenze del calcio europeo:
Planicka era sempre uno dei migliori portieri al mondo, Nejedly che era stato
capocannoniere a Roma non era niente affatto schizzinoso quando si trattava
dell’odore del gol e Puc, l’ala sinistra che aveva battuto Combi durante la
finale, era sempre veloce, ma più esperto. Tutti avrebbero voluto trionfatore
il Brasile, ma tra Bordeaux e la
semifinale di Marsiglia c’erano di mezzo
i cechi. I polacchi, nella partita precedente, avevano concesso molto spazio
agli attaccanti brasiliani che, per questa ragione, avevano davvero sollazzato
il pubblico, ma già dall’inizio i cecoslovacchi avevano fatto intendere che il
copione questa volta sarebbe stato diverso. I difensori non concedevano un metro
ai funamboli sudamericani e questi, intrappolati tra calcetti e strattoni
leggeri, s’innervosivano sempre più mano a mano che il tempo trascorreva.
Dall’altra parte del campo Nejedly, nei primi contrasti, era riuscito sempre ad aver ragione di Zeze’
Procopio e imponeva l’intervento di
qualche altro difensore in aiuto. Già dopo un quarto d’ora s’assistette alla
prima scazzottatura tra Peracho e Boucek, ma l’arbitro Hertzke non prese alcun
provvedimento perché si formò un cappannello di calciatori urlanti che gli
impedirono di distinguere chiaramente chi fossero i proto-pugili e sanzionarli alla bisogna. Fu più facile
dieci minuti dopo. Nejedly lasciò sul posto ancora Zezè Procopio e Machado
arrivò di corsa, diritto sul piede destro del centravanti che scrocchiò sotto i
tacchetti del brasiliano. Nejedly rimase a terra a lungo col piede che il
massaggiatore considerava, scuotendo la testa, piuttosto fratturato, mentre lì
a fianco si formarono dei tafferugli, con Zezè Procopio particolarmente
combattivo e sbraitante. Una volta che gli assembramenti si sciolsero l’arbitro
ungherese lo afferrò per un braccio con un’aria minacciosa e gli indicò gli
spogliatoi. Rimanere in dieci non era affatto una bella cosa, ma non era così
tragica. Non erano affatto in inferiorità numerica perché Nejedly, pur
rimanendo in campo, col piede in quelle condizioni si limitava a trascinarsi
mestamente per il terreno di gioco. Poco dopo Lopez riuscì a superare in velocità
Daucik e a mettere in mezzo all’area un pallone sul quale Leonidas appariva in
ritardo, con sicurezza Burger s’avvicinò per controllare, ma il centravanti
s’allungò come fosse di gomma e calciò in scivolata anticipando il difensore.
Planicka rimase di sasso, si lanciò, ma la sorpresa per quel movimento
inaspettato lo mantenne in lieve ritardo. La rete si gonfiò e i brasiliani
festeggiarono il loro fenomeno, pure ammiccando un pochetto agli avversari. Ma
i cecoslovacchi non erano lì per fare le comparse, né tantomeno per farsi
prendere a botte. A Machado, che aveva provocato l’infortunio di Nejedly, non
venne fatto mancare nulla. Curiosamente la palla girava sempre dalle parti del
difensore brasiliano e altrettanto curiosamente c’era sempre qualche danubiano
che gli finiva addosso e qualche ginocchio che puntava al bersaglio grosso.
Verso la fine del primo tempo, Machado vinse un contrasto con Seneki e
s’impadronì del pallone, neppure un istante per rendersi conto di averlo
effettivamente tra i piedi che già Jan Riha, che era stato risucchiato dalla
pressione ceca nella metaccampo brasiliana, gli si scagliò contro in spaccata,
molto più interessato a qualsiasi parte del corpo del brasiliano che alla
palla. Caddero entrambi e già da terra iniziarono a picchiarsi. Si rialzarono
suonandosele e ,una volta eretti, si afferrarono per le maglie con una mano e
con l’altra presero a elencare una serie notevole di colpi codificati dall’”arte
nobile”. Ogni tanto le nocche andavano precisamente a segno e si percepivano
gli schiocchi dei pugni che colpivano il volto dell’uno o dell’altro. Si
buttarono nella mischia altri giocatori, ma Machado e Riha continuarono
imperterriti a completare il match, senza badare agli estranei. Dopo un po’ gli
intervenuti e l’arbitro si scansarono attenendosi al vecchio detto portuale che
“in una rissa si va per picchiare oppure è meglio starne fuori” e si misero a
osservare l’esito dell’incontro parteggiando per l’uno o per l’altro. Quando
Riha e Machado, stanchi del pugilato, terminarono vicendevolmente aggrappati,
vennero accompagnati fuori dall’arbitro ancora afferrati. La polizia e i
massaggiatori provvidero a staccarli e a scortarli negli spogliatoi. La partita
riprese, ma l’esempio dei due si diffuse rapidamente sul terreno di gioco e
ovunque ci fosse il pallone si percepiva il suono secco di una ferma pedata
sugli stinchi. Hertzke fischiò la fine del primo tempo con un po’ d’anticipo
perché, magari, l’intervallo e i generi di conforto avrebbero un poco
tranquillizzato gli animi. Almeno così sperava il direttore di gara, ma, alla
fine della pausa, entrambe le squadre si precipitarono fuori dagli spogliatoi
come fanno i tori quando si toglie loro davanti l’ostacolo di legno che sbarra
il passaggio all’arena. Due minuti e Kostalek rimase lungamente a terra per una
ginocchiata al fegato rimediata in un contrasto aereo davanti a Planicka. Un’altra
decina di minuti e Peracho incocciò il gomito d’un difensore. Gli si aprì la
fronte e la larga ferita necessitò d’una decina di minuti di medicazione e una
fasciatura così ampia che tutti si chiedevano come accidenti facesse a vedere
le azioni di gioco. Poi Seneki ricevette una palla da Kreutz e lasciò sul posto
Alphonsinho, entrò in area e, quando stava per tirare, Domigos lo caricò. Hertzke
non ebbe dubbi. Indicò il dischetto, mentre spintoni e insulti riempivano
l’aria sopra il prato di Bordeaux. I cecoslovacchi si guardarono l’un l’altro
per decidere chi dovesse tirare e poi sentirono il “Tiro io” provenire da chi
proprio non l’avrebbe dovuto fare, ma visto chi l’aveva detto nessuno si
permise di controbattere. Olda Nejedly prese il pallone e, trascinandosi, lo
mise sul dischetto. Tutti i cechi rimasero in religioso silenzio: Planicka e
Nejedly erano i due monumenti del calcio nazionale. Se non era la parola di
Dio, poco ci mancava. Tutti rimasero a guardare quella scena incredibile:
Nejedly con le mani sui fianchi che respirava profondamente, davanti a Walter.
Nejedly non si trascinò. Corse verso il pallone come se il suo piede destro non
fosse affatto fratturato, colpì di sinistro e non lasciò scampo al portiere.
Poi cadde e lì rimase finchè non arrivò la barella a riportarlo negli
spogliatoi. Alla ripresa del gioco pareva che una tempesta si fosse abbattuta
sul campo portandosi via degli uomini. Erano nove contro nove, ma Kostalek e
Peracho erano dei fantasmi che s’aggiravano per il campo. Ma il fortunale non
si placò. Poco dopo fu il turno dell’altro grande condottiero cecoslovacco.
Lopez alzò un traversone, troppo alto per tutti, tranne che per Planicka.
Leonidas saltò lo stesso per ostacolarlo e lo colpì quel tanto che bastò per
rovinargli la coordinazione aerea. Planicka s’inclinò come un aereo colpito e
cadde rovinosamente al suolo. Il dolore fortissimo al braccio lo avvertì
immediatamente che la partita e il mondiale erano finiti lì: era una frattura e
non poteva continuare. Venne subito accompagnato all’ospedale e Horak lasciò la
fascia destra del campo per indossare la maglia di portiere. L’arbitro comprese
che, a quel punto, sarebbe stata necessaria una rivoltella per sedare gli animi.
Non trascorsero neppure due minuti che Leonidas dovette ricorrere alle lunghe
cure del massaggiatore per un calcione infertogli nelle parti più intime.
Rimase disteso ad ansimare per un bel po’ prima di rientrare in campo un po’
disorientato e in debito d’ossigeno. I cecoslovacchi tennero i brasiliani
distanti dalla porta a forza di sganassoni per tutti i tempi regolamentari e
per i due supplementari. Quando Hertzke fischiò la fine dell’incontro, in campo
c’erano solo sopravvissuti. Qualche spettatore sussurrò con attenzione: “Sembra
di essere a Verdun dopo un attacco dei tedeschi..”. Ma non era finita. Nel
calcio dell’Avanti Cristo non c’erano escamotage. Due giorni dopo venne
disputata la ripetizione dell’incontro, per stabilire chi avesse il diritto di
continuare il cammino nel Mondiale. Fu un’altra partita leggendaria perduta tra
pieghe della storia. I brasiliani avevano riserve di gran valore, mentre i
cechi avevano racimolato la squadra pregando il dottore e San Cirillo, ma
d’arrendersi alla sorte non volevano sentir parlare. Vinse il Brasile 2 a 1.
Segnò ancora una volta Leonidas, che pareggiò il gol di Kopecky, e poi, dopo
che Capdeville non aveva convalidato un gol di Seneki, che aveva tirato nel bel
mezzo di una mischia e Walter aveva parato un bel po’ dentro la linea di porta,
fu Roberto, due minuti dopo, a chiudere definitivamente la partita. I
brasiliani non gioirono particolarmente, non ne avevano motivo. Quelli che
avevano finito la partita erano a tutti gli effetti dei reduci e, a Marsiglia,
c’erano gli italiani ad attenderli. Leonidas era sfinito e azzoppato dalle
botte ricevute dai difensori cecoslovacchi, che, d’altro canto, non
s’abbatterono più di tanto. Avevano svolto con coscienza un compito arduo. Il
calcio Avanti Cristo era un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo”.
L’oratore, o come ciascuno degli
astanti avrebbe potuto chiamalo, terminò e rimase a fissare un punto
imprecisato della sala. Forse anche più in là del muro che delimitava l’edificio.
Ci fu un attimo di silenzio esterrefatto. Poi tutti ricaddero sulle seggioline
di legno del cinema parrocchiale e cominciarono ad applaudire. Forte. Davvero
forte. Più di quanto ci si potesse aspettare da solo una trentina di persone
affastellate là, in un tranquillo martedì sera di provincia.
giovedì 1 novembre 2012
CARI INSEGUITORI
N.b. oggi 6 novembre, la presentazione d'Imerio si svolgerà alla Libreria Massaro e non Costeniero. Abbiate pazienza, ma vi accorgerete che stecche si tirano a 50 anni.
Cari inseguitori di Imerio lanciato in fuga sul Gavia, sul Muro di Sormano o su verso Superbagneres, ecco come riacchiapparlo, se volete, prima che s'involi nuovamente.
IMERIO: LE TOUR
1. 6/11/2012 ore 20.45, Libreria Massaro, Castelfranco Veneto. "Lo spettacolo d'Imerio", con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
2. 11/11/2012 ore 18.30, Sala della Sede degli Alpini di Cavasagra, il luogo del romanzo. "Lo spettacolo d'Imerio", con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
3. 13/11/2012 ore 18.30, Feltrinelli Mestre, Piazza Barche. "Imerio" con Edoardo Pittalis e Claudio Cecchetto, fisarmonica.
4. 17/11/2012 ore 20.00, Milano, Castello Sforzesco, MILANO BOOK FESTIVAL. "Imerio Unplugged" con Max Prandi, chitarra, percussioni, armonica, voce.
5. 23/11/2012 ore 20.45, Bassano del Grappa, Sala Superiore Ufficio Turismo - Libreria Bassanese. "Il Veneto a Pedali" aka "Lo Spettacolo d'Imerio" con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
Per il mese di novembre è tutto, arrivederci all'arrivo.
Cari inseguitori di Imerio lanciato in fuga sul Gavia, sul Muro di Sormano o su verso Superbagneres, ecco come riacchiapparlo, se volete, prima che s'involi nuovamente.
IMERIO: LE TOUR
1. 6/11/2012 ore 20.45, Libreria Massaro, Castelfranco Veneto. "Lo spettacolo d'Imerio", con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
2. 11/11/2012 ore 18.30, Sala della Sede degli Alpini di Cavasagra, il luogo del romanzo. "Lo spettacolo d'Imerio", con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
3. 13/11/2012 ore 18.30, Feltrinelli Mestre, Piazza Barche. "Imerio" con Edoardo Pittalis e Claudio Cecchetto, fisarmonica.
4. 17/11/2012 ore 20.00, Milano, Castello Sforzesco, MILANO BOOK FESTIVAL. "Imerio Unplugged" con Max Prandi, chitarra, percussioni, armonica, voce.
5. 23/11/2012 ore 20.45, Bassano del Grappa, Sala Superiore Ufficio Turismo - Libreria Bassanese. "Il Veneto a Pedali" aka "Lo Spettacolo d'Imerio" con Claudio Cecchetto, fisarmonica.
Per il mese di novembre è tutto, arrivederci all'arrivo.
lunedì 15 ottobre 2012
SONO VENETO BLUES
Che a leggere il titolo del post mi vengono i brividi. Però sì, "Imerio" è un libro sul Veneto. A un amico gli ho pure piazzato la dedica "Il Veneto ai veneti!" che mi fa rabbrividire, ma era per prenderlo per il culo. Sì è un libro sul Veneto, con parti persino in veneto, nel senso del dialetto, perchè è casa mia. Non c'è niente da fare. La prima cosa che dico sottovoce dopo uno spettacolo è: "Ma si sente dall'inflessione che sono veneto?", quando, per caso, mi rispondono di no tiro un sospiro di sollievo, ma io non ci posso fare gnente. SONO VENETO! Nato a Neuchatel da padre lunigianese, ma veneto. Cazzo! Qua è dove sono cresciuto, tra due passaggi a livello tra le linee Treviso - Vicenza e Venezia - Bassano e stò posto lo amo come si amano dei genitori che ti fanno drammaticamente girare i coglioni ogni santo giorno, ma sono i tuoi genitori: li conosci da quando "senti" qualcosa e mica puoi farne a meno tanto facilmente. Però so tutto. So che la ricchezza è cresciuta molto più velocemente del saver stare al mondo e che siamo una regione piena d'ignoranti arricchiti che appena escono in un consesso più ampio fanno la figura dei coglioni e se ne accorgono; perciò tra le due vie del cercare di acculturarsi un pochetto e isolarsi dal resto d'Italia, per esempio, scelgono la seconda, che costa meno fatica. So che abbiamo la memoria corta: che trattiamo quei che vien da fora come ci trattavano i francesi dopo la seconda guerra mondiale quando andavamo a cercare lavoro. So che frequentiamo le chiese come nessun altro al mondo e poi diciamo: "Vuto schei? Va lavorar e no sta rompere i cojoni col domandar carità!" e giù un bel bestemmione, che tra noi e i toscani non si sa chi vince in ridicolizzare la famiglia di Dio, ma loro, anche i contadini ti citano a memoria un canto della Divina Commedia a memoria e noi molto più in là della bestemmia non andiamo. So tutto, che cazzo. So che abbiamo l'etichetta perenne dei gnurant, come una sorta di peccato originale e come tali eleggiamo gente nei sogli che contano a nostra immagine e somiglianza: proprio come gli italiani che hanno eletto Berlusconi. A immagine e somiglianza desiderata. So che facciamo ridere i polli e che vorrei stabilirmi, chessò, a Torino o a Bellinzona, che sono i posti a cui sono e sono stato più legato, ma, guardacaso, sono proprio i posti in cui i veneti, a suo tempo, soprattutto emigravano. Sono un veneto fottuto, lo so, e non ne sono orgoglioso, ma quando torno da spettacoli, concerti e tutte quelle balle là, questa è casa mia e qui ci piango davvero bene.
Iscriviti a:
Post (Atom)