lunedì 26 settembre 2011

IL RINASCIMENTO VENETO O IL FALLIMENTO?

Articolo apparso sul Gazzettino di Treviso, sabato 24 settembre 2011


Ho letto, probabilmente su questo giornale, mi pare in un articolo intervista a Gianmario Villalta, di una supposto rinascimento culturale della nostra regione. A sostegno di questa tesi vengono evidenziati due risultati "culturali" importanti nell'anno in corso: la vittoria di Andrea Molesini al Campiello e il secondo posto di Maria Pia Veladiano allo Strega. Sarebbero, secondo alcuni, segni indiscutibili del progredire inesorabile d'un movimento culturale autoctono. Vi debbo onestamente confessare la mia sorpresa nel leggere simili dichiarazioni. E' ovvio che Villalta debba mantenere un certo aplomb, nonostante la sua manifestazione, Pordenonelegge, attenga a una regione confinante, ma è altrettanto ovvio che a ciò non debba confacersi il piccolo cronista di paese. Dire che Andrea Molesini sia un'espressione culturale veneta è fuori luogo. E' veneziano e tutti sanno che esistono due mondi culturali ben distinti a seconda che si guardi un lato o l'altro del Ponte della Libertà. Venezia è Venezia e il resto del Veneto è il resto del Veneto. Poi l'abbandono dell'aula consiliare da parte della maggioranza di Palazzo Balbi nel corso della premiazione in regione di Andrea Molesini spiega molto bene il legame tra il "nuovo" Veneto politico e il "nuovo" propugnato Veneto culturale, ammesso che esistano novità. Per quanto riguarda la Veladiano, invece, sbandierare il gonfalone dello Strega a suffragio di un qualsivoglia Rinascimento fa abbastanza scalpore: pur essendo, secondo alcuni, il premio letterario più importante d'Italia è al tempo stesso il riconoscimento più sputtanato dell'intero stivale, con vette, come quest'anno e altre volte, che serpeggiano persino nello scandalo. Perciò gli studi nell'agone della dimostrazione dello svilupparsi di un nuovo periodo dei lumi nella nostra regione debbono per forza imboccare strade nuove. Nuove metodologie debbono essere esplorate per dimostrare che non siamo l'ultimo vagone del treno: quello in cui si possono vedono illuminate le luci rosse e le luci blu di fine convoglio (ndr., scritta solo sul blog: è evidente che Robert Johnson non s'aspettava nel 1937 di finire pure sul Gazzettino di Treviso. Sottolineo Gazzettino. Che soddisfazioni postume!) . Anche se appare, purtroppo, nonostante gli sforzi dei positivisti regionali, sempre più evidente la nostra ignoranza atavica, che alcune volte diventa persino motivo d'orgoglio. E si badi bene, non è una caratteristica dell'ultima svolta politica regionale, ammesso, come sopra, che ci sia stata una svolta. Ricordo come fosse ora il breve colloquio con un attuale esponente di rilievo del PD locale, che si vantava d'aver fatto organizzare sotto il proprio mandato d'assessore alla cultura, allora DC, un concerto di Miles Davis in un'importante Piazza. Era orgoglioso e gli si era gonfiato il petto: "Ero io assessore alla cultura quando abbiam fatto quel concerto. Io. Io ho organizzato il concerto..." a quel punto gli era scivolato via il nome del musicista epocale "...de chel negro che sona a tromba". Comunque la si rigiri, la frittata puzza sempre d'ignoranza. Atavica.

lunedì 19 settembre 2011

ECCO A VOI IL FEDERALISMO MUNICIPALE CULTURALE, VENETO VERSION.


Questo articolo è stato pubblicato sul Gazzettino di Treviso di domenica 18/9/2011

Ho improvvisamente compreso appieno che cos'è il Federalismo Municipale. L'avevo afferrato dal punto di vista economico, ma m'era nebuloso il punto di vista culturale. Sono state di grande illuminazione due manifestazioni alle quali ho assistito. E' stato il geniale manifesto di "Comodamente" a portarmi a Vittorio Veneto: un asino in bianco e nero in mezzo alla campagna, con su dipinto I'M ALL ALONE. Già il simbolo induceva a capire che quella manifestazione andava per forza annusata. Sono stato in Piazza Minucci e in Piazza Nova e mi sono guardato intorno stupito: tutto perchè le parole, i gesti, ma anche i suoni fossero fruiti il più profondamente possibile. Ho girovagato un poco, ho osservato gli allestimenti e subito, da pervicace sinistrorso, ho telefonato a Massimo Zemolin, grande chitarrista di stanza a Vittorio, chiedendogli che accidenti di giunta reggesse la città. Ero pressochè convinto che stesse dalla parte opposta del mainstream politico veneto. Invece la risposta di Zemolin m'ha stupito: "Governa la Lega e anche la giunta precedente era leghista...". Essendo Comodamente alla quinta edizione m'è risultato evidente che tutto è stato partorito e messo in opera in ambito leghista: il che m'ha lasciato interdetto e mi son pure dato del bigotto incartapecorito per i miei stupidi preconcetti. Ma poi, il giorno dopo, mi sono ringalluzzito. Inopinatamente, mi sono ritrovato a far da guida per una coppia di forestieri a Cittadella. Non sapevo che in quei giorni si svolgesse la Festa dei Veneti. Proprio in centro alle mura circolari era stato allestito, bello grande, il palco. Un grande fondo bianco faceva da quinta sulle quali erano riportate due frasi, anche queste belle grandi: "Il Veneto e' la mia patria. Sebbene esista una repubblica italiana, questa espressione astratta non è la mia patria. Noi veneti abbiamo girato il mondo, ma la nostra patria, quella per cui, se ci fosse da combattere, combatteremmo, è soltanto il Veneto". "Ogni volta che guardo la scritta sui ponti del Piave "Fiume sacro alla Patria", mi commuovo, ma non perchè penso all'Italia, ma al Veneto. G. Parise". Tutt'attorno era un proliferare di banchetti che vendevano prodotti e libri veneti, vocabolari rumeni/veneti ad uso delle badanti che guardano i nostri vecchi e Battaglie di Lepanto, con contorno de mangatari vestiti di nero con su la scritta "Armata Veneta". I due forestieri m'han lanciato uno sguardo che significava qualcosa che non era un complimento. Io non ho saputo far altro che abbassare gli occhi, aprire le braccia e lasciarle ricadere lungo i fianchi con un sospiro. Poi improvvisamente m'è parso chiaro che quest'ultimo incidente potesse essere utile a spiegarmi cosa fosse in realtà il Federalismo Municipale Culturale: da Comodamente alla Festa dei Veneti, come se niente fosse. Eppure pur sembrando incredibile son frutti dello stesso albero, alla cui ombra staziona un po' di gente che cerca di capire dove risieda veramente la benedetta anima ("animaccia", in senso guareschiano, risulterebbe più appropriato) del partito che governa la nostra regione.

venerdì 16 settembre 2011

SARZANA BLUES

Nonostante abbia ricordi bellissimi della provincia della Spezia, ci andavo da bambino, un mese all'anno, non ero mai stato a Sarzana. Ci sono andato perchè Andrea Giannoni e Enrico Pandiani m'hanno detto: "Dai vieni giù che c'è Alessandro Zannoni che presenta il suo nuovo libro. Dai vieni giù...". Sono andato giù. Da una parte Tellaro e Fiascherino, dall'altra le Apuane. In mezzo Sarzana. Ci sono stato poco, due giorni in tutto, ma son rimasto a bocca aperta, indipendentemente dalla bellezza del posto. C'era vita là a Sarzana e Andrea Giannoni m'ha spiegato un po' di storie del posto. Un po' più su c'era Fosdinovo e una storia questa volta la conoscevo io: quella di Graziano Battistini, secondo al Tour de France del 1960. E' stata più dura del solito tornare indietro. Questo articolo è apparso sul Gazzettino di Treviso, domenica 4 settembre 2011. So già che qualcuno al mio paesello ha rognato per quello che ho scritto, ma a quasi cinquant'anni mi prendo il lusso di grattarmi i coglioni: come Nick Corey in "Colpo di Spugna" di Jim Thompson, nella traduzione di Attilio Verardi, edizione Longanesi 1987.
"Se un uomo si gratta i coglioni, lo fa perchè ha prurito o anche perchè ci prova un po' gusto?".

La musica, o lo spettacolo in generale, è un buon modo per conoscere il mondo. Non tutto: quello che si può. Sono stato a Sarzana, provincia della Spezia, per una presentazione di un libro. Sono rimasto a bocca aperta. Letteralmente. A prescindere dal fatto che la città in questione sta a cinque chilometri da Lerici, Fiascherino e Tellaro, cioè uno dei più bei angoli di mare d'Italia, ma questo non dipende dall'estro creativo dell'uomo, sono rimasto colpito dall'effervescenza culturale della città e questo, viceversa, dipende proprio da quello. Sarzana ha 31.000 abitanti, esattamente come la mia città, ma ha librerie del fumetto, librerie per bambini con animazioni, piccolo teatro di strada, locandine appese ai muri che annunciano spettacoli insoliti e due locali che, da sempre, fanno musica dal vivo. E poi, proprio mentre gironzolavo tra le sue stradine si respirava l'aroma dell'imminente Festival della Mente: il programma è disponibile in internet e non sto qui a riportarlo, ma è, ancora una volta, da sgranare gli occhi. 46 eventi con personaggi rilevantissimi del panorama culturale italiano e internazionale. E' evidente che si rivela inutile cercare un posto da dormire a Sarzana per quei tre giorni, 2,3, 4 settembre, pur essendo il luogo molto ben fornito di strutture ricettive. E' necessario salire sulle colline della Lunigiana: a Fosdinovo oppure ad Aulla per posare la testa sul cuscino. Eppure Sarzana non è capoluogo di provincia, come per esempio Mantova, che conta solo 15.000 abitanti in più, ma vanta la sigla MN e quindi può contare di uno scalino in più nella "graduatoria" delle città. Perciò ci si può porre la questione da Alice nel Paese delle Meraviglie: "Ma perchè Sarzana sì, che ha gli stessi abitanti del mio paese, e noi no?". M'è stato spiegato il perchè, là a Sarzana. Il posto è una sorta d'enclave della sinistra, 78% alle ultime amministrative, che cerca di mantenerla come luogo esemplare, nonostante i tempi difficili che attraversa anche quella parte politica. Ogni rappresentante a Palazzo Madama e in sede di governo regionale cerca di portare a casa il più possibile per la città, proprio per consolidare quell'aria di Avalon, un po' fuori dal mondo in effetti, che ivi si respira. Nonostante la spiegazione, forse a causa dei  tempi così saporosi di federalismo persino municipale o a causa della dura cervice, la domanda mi rironza nella testa:  "Ma perchè Sarzana sì, che ha gli stessi abitanti del mio paese, e noi no?". Trecentottanta chilometri d'autostrada con quel pensiero. Fortunatamente al mio ritorno Roberto Scalabrin ha pensato bene di portare nella mia città quel fenomeno musicale che risponde al nome di Simone Zanchini, altrimenti detto "Dio che suona la Fisarmonica". Un placebo prima che quella questione maledetta riprenda a ronzare.

giovedì 1 settembre 2011

VENETO POWER

Dal Gazzettino di Treviso di domenica 28/8/2011

Dalle carte risulta evidente: il Veneto e in particolare la provincia di Treviso è una zona da record. E' il territorio che, nella storia, è passato più velocemente dalla pellagra al SUV. E' evidentemente un pregio, ma, come spesso accade, la medaglia ha due facce. L'altra ricorda in qualche modo i problemi che incontrano le imprese che aumentano vertiginosamente il fatturato: spesso e volentieri rimangono vittime di pericolosi squilibri finanziari. In campo territoriale questi squilibri si rivelano dal punto di vista, diciamo così, sociologico: pur, in media, ricchi più di altri, conserviamo un po' l'immagine che emergeva nei film degli anni '70. Gli stereotipi del sempliciotto e della servetta. Direi che non a caso, per esempio, questo governo, pur pescando abbondantemente nel bacino elettorale veneto, abbia riservato alla regione tre dicasteri così, così. Welfare e Funzione Pubblica, che sono ministeri più da urlo (nel senso di sigamento)che di sostanza e la Cultura che, pur importante, mai come oggi è dicastero disinnescato. Aldilà della consuetudine di rivelarsi vittimisti direi che il perpetuarsi di forme immutate di considerazione nei confronti della regione è legato al nostro scarsissimo cosmopolitismo, in qualche modo attutito da quel mondo a parte chiamato Venezia. Sempre più mi accorgo che noi amiamo alla follia il nostro avito territorio. Lo consideriamo il centro del mondo per comodità e costumi, ma purtroppo così non è. Bisognerebbe accorgersene e muoversi prima degli altri in senso opposto anche perchè l'arte, soprattutto, dimostra come l'occident-centrismo sia una considerazione ultrapassata. La musica, che è l'arte più immediata, come l'abbiamo sempre considerata, è ferma. Mai come oggi le radio trasmettono canzoni degli anni sessanta, settanta e ottanta in originale o riarrangiate, soprattutto in direzione caraibica, che conquistano in fretta la vetta delle classifiche. Il classico esempio di "futuro alle spalle". Ma, contemporaneamente, appaiono dal resto del mondo musiche nuove e inusitate che la globalizzazione webbistica ci consente d'acquisire in tempo reale. Arrivano dal mondo musicale che classificavamo indistintamente etnico, sia che provenisse dal Botswana, dal Madagacascar, dal Pakistan, dalla Repubblica Domenicana (che è meno etnica perchè ci si va in ferie), dal Mali, dalle Isole Figi, una serie di stimoli incredibili che possono muovere questa musica piantata come una barca in mezzo a una bonaccia oceanica. E' un momento importante che anche i dilettanti possono cogliere, forse anche meglio dei professionisti, meno sensibili in quanto affacendati spasmodicamente a procurarsi da vivere. E' il momento del cambio generazionale, che nessuno vuole, ma che arriverà prestissimo per forza di cose. Nessuno può fermare la natura,  è ovvio, ed è anche ovvio che tutto ciò che avete letto è una metafora.

Una piccola aggiunta. Nonostante appaia "Il Gazzettino" più a destra dell'avversaria "La Tribuna di Treviso", appartenente al gruppo Repubblica, appare sempre più evidente come quest'ultimo giornale, almeno nell'edizione trevigiana, tenti apertamente di blandire i "nuovi" capi di Palazzo Balbi. Inserirò perciò in questo articolo una lettera da me inviata al suddetto giornale che riguarda l'assoluto stato di degrado della Rete Ferroviaria Regionale. Lettera che non è stata, contrariamente a tutte le mie precedenti missive, pubblicata, forse a causa dell'evidente sottolineatura dell'incapacità dell'Assessore Regionale ai Trasporti e alle Infrastrure d'affrontare la questione. Oppure perchè non è arrivata  o chissachè. Fatto stà che tutto sembra andare bene. Tutto fatto a regola d'arte.

CHISSO E LA POLITICA DEL FARE.
Ho letto sul vostro giornale della polemica Stradiotto-Chisso e le affermazioni di quest'ultimo sulla Politica del Fare. Per sfortuna mia e di Chisso ho a che fare quotidianamente con la Rete Ferroviaria Italiana, più precisamente con la Rete Ferroviaria pertinente alla nostra regione lungo l'asse Padova-Belluno, Bassano-Venezia e Venezia - Conegliano: assi che includono importanti centri della provincia, ma anche della regione, oggetto della tanta sospirata e sbandierata (da Chisso, soprattutto) Metropolitana di Superficie. A oggi di questo importantissimo ganglio attinente alla Mobilità Regionale si sono del tutto perdute le tracce, perdurando invece un sempre più palpabile disastro sulle linee, chiamamole così, locali sopraccitate. Treni soppressi una volta annunciati, con gente sbigottita sul marciapiede. Guasti improvvisi ai locomotori in aperta campagna. Ritardi abissali: superiori persino al tempo di percorrenza della linea. La Politica del Fare sventagliata da Chisso, in questo caso, ha procurato inenarrabili disastri. So per certo che l'Assessore Regionale alla Mobilità e alle Infrastrutture si chiamerà fuori: colpa di Trenitalia, delle aziende a cui affidata la manutenzione, etc., etc., nel consueto e vergognoso scaricabarile di responsabilità tra organi e organetti che attengono alla cosa pubblica. Di certo, però, e qui l'hanno verificato con mano coloro che debbono usare il treno, a fronte d'uno tangibilissimo peggioramento del servizio, c'è stato un vigoroso aumento delle tariffe. Renato Chisso dirà che non è colpa sua, che è colpa altrui. Ma se l'assessore non ha colpe, e quindi responsabilità, su un settore così cruciale come il trasporto passeggeri su rotaia, mi chiedo a cosa serva avere un Assessore Regionale alla Mobilità e alle Infrastrutture.



domenica 21 agosto 2011

ALL BLUES (poche cose, forse pure sbagliate sul blues)

E' stato durante un concerto su una cascina di Stagno Lombardo che m'è capitato. Stavo suonando con la banda, i Fieldmen Of Blues, e mi sono chiesto perchè accidenti stavo facendo lo stesso assolo, o circa, da trenta concerti. E perchè le registrazioni dei concerti della banda mi dicevano che le canzoni le tiravamo troppo lunghe e che parevano tutte uguali. La responsabilità era mia. Ero io il capo. Per questa ragione mi sono fermato e sono ancora fermo col blues. Per questo ho cambiato scenario: narrazione di storie con Massimo Zemolin e Gigi Tempera, rock italiano con Ricky Bizzarro, l'Argentina di Marcelo Zallio e un esperimento di sola voce, armonica e chitarra, con un organo che fa un'unica nota, un po' sullo stile di Johnny Cash, periodo Rick Rubin. Tutto per evitare il circo degli assoli del blues, che alla fine, quasi sempre, menano sempre lo stesso torrone. O menano torroni già menati da mò. Il buon Silvano Montagnoli (che è un po' la mia finestra sul mondo del blues italiano) ha postato il video di un concerto d'un celebre chitarrista italiano che coverizzava (nel senso buono del termine) Angelo "Leadbelly" Rossi. Entusiasmo, maestria, un occhio di riguardo allo spettacolo, nel senso di saper stare in scena, ma dopo un po' per me, che un po' di blues l'ho ascoltato, i riferimenti erano evidenti: sapevo da dove aveva preso quel timbro, quell'approccio e io, sinceramente, non vedo perchè dovessi dire più di un laconico "bravo", visto che quelle robe le ho già sentite minimo (minimo, minimo) quindici volte. Non è una critica che rivolgo solo agli altri. In "Wimmen And Devils" dei Fieldmen Of Blues ho suonato la medley "Lord, Lord/Blues Hit Big Town" di Junior Wells direi bene. Junior Wells è probabilmente l'armonicista, o musicista, di blues che preferisco ed è stato piacevole allora suonarla, ma subito dopo è sorta la domanda definitiva: "Ma perchè uno dovrebbe mettersi ad ascoltare Marco Ballestracci che fa Junior Wells quando può acquistarsi il capolavoro della Delmark "Blues Hit Big Town e ascoltare direttamente gli originali di Junior"? Già perchè? Tutti quelli che parlano di "preservazione" non mi hanno mai particolarmente convinto, visto che i dischi preservano già abbastanza bene per conto loro e al posto dei musicisti basterebbero i disc jockey radiofonici per diffondere le note nell'etere.
La realtà è un'altra. Il blues è la musica che meglio di ogni altra consente a chi desidera salire su un palco di salirci il più velocemente possibile e così di cominciare a risolvere leggittimi problemi di "apparenza". Non c'è niente di male ma, dal mio punto di vista, dopo un po' bisogna ammetterlo ed accorgersene, altrimenti tutto può diventare una "posa" e sconfinare in qualcosa di vagamente patologico.  Questo dovrebbe, al passettino successivo, portare alla consapevolezza che Louis Myers nel brevissimo "Theme" che chiude "Live In Boston 1966 - Junior Wells and The Aces" suona paro/paro tutti, ma proprio tutti, i riffs di chitarra che i chitarristi d'orientamento blues/jazz italiani adoperano quotidianamente. E quindi, nuovamente, cadere nella stessa domanda: "Ma, cazzo, gli hanno già suonati nel 1966 e io sto qui nel 2011 a rifarli uguali. Miiinchia". E' necessario porsela per non prendersi in giro e autocostruire una falsa immagine di sè. "Sì, sono proprio bravo. Peccato che abbia copiato T-Bone Walker nota per nota. Per cui il bravo è lui. E se lui è lui, io chi cazzo sono?". E bisogna fermarsi, cosa difficilissima soprattutto per i musicisti professionisti che devono suonare per campare e non potendosi fermare non riescono a sentire altri stimoli che non siano la (scarsa) pagnotta. 
Nel blues è già stato detto tutto, onore ai maestri che bisogna conoscere e imparare, ma non bisogna spacciare, come ho sentito fare in un importante festival, "I Want To Be Loved" per una canzone propria solo perchè s'è modificato il testo. Quelli che il blues un po' l'hanno masticato mangiano la foglia prima che immediatamente e del giudizio degli altri, quelli che vogliono "Sweet Home Chicago" e "Roadhouse Blues", francamente, per quanto lusinghiero possa essere il loro giubilo, ce se ne può tranquillamente sbattere le balle.
Ora il BLUES è un patrimonio inestimabile che bisogna conoscere, ma per avere un senso bisogna lasciarselo alle spalle e guardare avanti. Creare il proprio blues, che è la propria forma d'espressione. Invece mi tocca vedere gente che storce forte il naso di fronte a Black Keys, Tinariwen (la tradizione touaregh, a mio avviso, è forse uno delle componenti fondamentali del suono e della sociologia del blues), Richard Johnston, White Stripes e, qui casca l'asino, Chapel Hill, che tentano una propria via a partire dal blues. Anche in Italia si può fare. Conoscere a memoria Sister Rosetta Tharpe, Fred Mc Dowell, Skip James, ma guardare avanti, ben sapendo come dicono gli Afterhours che "Milano Non E' L'America" e come dice Paolo Bacco che se nel Mississippi qualcuno muore dissanguato perchè la moglie gli ha tagliato l'uccello chè l'ha scoperto con un'altra donna, allora lo si può chiamare bluesman, mentre in provincia di Padova e Rovigo lo si può chiamare tranquillamente BAUCCO, che sta per povero tonto. Magari qualcuno dirà che è voler troppo. L'impossibile. Io invece dico: "I Don't Want To Take Nothing With Me When I'm Gone" di Angelo "Leadbelly" Rossi. E' la strada.

Voglio ringraziare Paolo "Denti da Coniglio" Bacco e Luigi Tempera per le interminabili discussioni su questa cosa misteriosa chiamata BLUES, che forse neppure esiste.

martedì 16 agosto 2011

MAGARI

Questo articolo è stato pubblicato sul Gazzettino di Treviso, domenica 14 agosto 2011. Ancora una volta, per esigenze di spazio, è stato tagliato. Sono gli imprevisti di collaborare con un giornale, ma sul blog, come già dicevamo, problemi di spazio non ce ne sono, perciò ecco la versione originale.


Mi sussurra in testa da un po' di giorni il nome di Marco Goldin. Fino al 2003 era stato importante per Treviso. Secondo me, naturalmente. Lo era perchè qui, in provincia, via dal capoluogo, ci si domandava entusiasti: "e quest'anno cosa porta Goldin a Casa dei Carraresi?". E si stava in attesa, perchè si sa, in provincia, a ferragosto soprattutto, si aspetta che accada qualcosa. Ma poi era bello perchè, quando s'andava in giro a suonare a Milano piuttosto che a Reggio Emilia, c'era sempre qualcuno che parlava di Treviso per via degli impressionisti. Quelli dentro a Casa dei Carraresi e anche a Palazzo Sarcinelli. Poi Goldin è scomparso. Non ne so la ragione, ma c'è chi dice perchè era ingombrante e chi perchè non si poteva finanziare solamente un grosso evento e basta: era come finanziare un unico concerto importante e niente altro. Alla prima possibile ragione si può rispondere molto lapidariamente: chiunque abbia menato un poco il torrone della cultura sa che i personaggi che emergono, quelli non figli di papà, hanno sviluppato, dai e dai, sei dita di pelo sullo stomaco, perciò ingombranti un po' per natura e un po' per evoluzione della specie. La seconda ragione apre invece scenari complessi. Innanzitutto e da sciogliere la dicotomia mostra/concerti. Una mostra importante e un concerto importante hanno due diversi impatti sul territorio. La prima, a livello turistico ed economico ha un feedback enormemente più considerevole. A Castelfranco i gestori di hotel e ristoranti stanno ancora latrando al ricordo della Mostra del Giorgione del 2010. Ne rivorrebbero un'altra, ma dovrebbero sapere che i musei prestatori, prima o poi, le opere le rivogliono indietro. Non tutti hanno la fortuna di Francois Pinault che può usare Palazzo Grassi e Punta della Dogana come magazzini per la roba che non gli sta in casa. E dovrebbero sapere pure che di convegni e fregi, tutta roba per specialisti, alla gente normale non gliene può fregar di meno: o mostre importanti o nisba. Perciò nonostante la buona volontà di alcuni mecenati che organizzano a spese loro eventi di una certa portata che richiamano anche parecchia gente dalla Marca, è da sottolineare che solo i grandi eventi culturali, contiguamente plurigiornalieri, svolgono una reale funzione di leva economica. Personalmente sono convinto che con la cultura si mangi primo, secondo, contorno, dolce, caffè e anche liquorino. Perdipiù oggi diventa persino indispensabile specializzarsi in economia della cultura, se vogliamo chiamarla così, profondamente attigua all'economia del turismo, per veder di saltar fuori in qualche modo dalle acque salmastre. Lo dicono tutti che l'unica grande risorsa di questa nostra povera patria sono le opere d'arte, i santi, i poeti e i navigatori. Magari sono nati in Veneto anche i fratelli Bellini e Andrea Mantegna, magari non è necessario che la mostra di prestigio debba per forza riguardare un pittore nato propriò là,  magari si possono anche organizzare giornate di teatro come ad Avignone o festival cultural/musicali davvero importanti, e qui di esempi ce ne sono a bizzeffe in giro per l'Italia e l'Europa. Magari nella Marca ci sono persino persone in grado di organizzarle, magari non lucrandoci troppissimo sopra. Magari si potrebbe fare un saltino in Svizzera per vedere come si organizzano per bene gli eventi culturali. Magari qualcuno direbbe: "Ma in Svizzera hanno i soldi" e magari s'incontrerebbe qualche svizzero, come è capitato a me, che, indicando gli eleganti palazzi di Via Nassa a Lugano, direbbe: "La vedi tutta stà roba? Ecco. E' stata tutta costruita con i vostri soldi". Chissà perchè qui da noi si finisce quasi sempre per dire: "Magari!".

domenica 7 agosto 2011

SERENISSIMA ROCK'N'ROLL plus Piccola Favola Per Agosto

Pubblicato sul Gazzettino di Treviso di domenica 7 agosto.
Per l'occasione lo pubblico integralmente, nel senso che, per motivi di spazi giornalistici, la versione qui riportata è stata, da me stesso, ridotta. In un blog non abbiamo di queste problematiche perciò eccovela "nature", più prolissa e esagerosa, però "nature". A seguire una Piccola Favola d'Agosto, per tenervi su di morale se doveste rimanere incollati al vostro schermo.

I più attenti si saranno certamente accorti di un fenomeno che accade da un po' d'anni. E' un fenomeno trascurabile, una cosettina da poco a ben vedere, ma, secondo me, esplicativo di qualcosa. Ogni tanto in qualche locale pubblico, in mezzo a gente che si sta facendo gli affari propri, piombano degli individui che cominciano a parlare a voce alta della Serenissima Repubblica. Attaccano bottone con chiunque per perorare stà causa, ma alla prima occhiata appare chiaro che il loro rapporto con la Storia, la disciplina scientifica, intendo, è faraginoso. Per loro Adriano, non è Publio Elio Adriano, l'imperatore romano pacificatore di cui si sa pochissimo, ma Adriano Leite Ribeiro, l'imperatore del Flamengo, passato all'Inter e poi precocemente impanzonito. Nonostante codeste difficoltà d'interpretazione storiografica, appare chiaro che recentemente debbano aver frequentato un seminario del povero professor Frederic C. Lane, morto però nel 1984, alla Johns Hopkins University di Baltimora, per raggiungere un così elevato grado di preparazione sui temi di cui disquisiscono all'interno dei locali pubblici della Marca e del Veneto in generale. Spesso le discussioni terminano con un perentorio: "Senti, a mi dea Repubblica Serenissima no me ne frega gnente". Al che i relatori rispondono con l'immancabile e oramai prevedibilissimo: "Come? Non ti interessano le tue radici. Le tue origini?". Ecco, proprio di origini e radici volevo parlare, riferendomi in particolare al dialetto. A giugno, quando a Castelfranco è stato organizzato Bolascolegge, ho avuto il piacere di scarrozzare per la città Margherita Oggero e Ernesto Ferrero che sono rimasti piuttosto sorpresi del fatto che, per interloquire con gli amici e i conoscenti, io usassi esclusivamente il dialetto. "Ma qui parlate tantissimo dialetto!". "Beh certo! Noi l'adoperiamo praticamente sempre nei rapporti personali". Erano sorpresi di questa circostanza, mentre io ero davvero a mio agio e anche, come ho già scritto in precedenza, un pochetto orgoglioso. E' un po' come far parte di una banda con un proprio linguaggio interpretabile, più o meno, solo da chi ne fa parte. Un po' un vezzo da ragazzotti, per dirla tutta. D'altro canto, però, mi sento davvero estraneo e lontano anni luce da chi ammicca all'uso del dialetto come una sorta d'originale appartenenza a un non meglio identificato "popolo veneto". In particolare mi fa ridere quella tendenza che nell'ammiccamento traspare quando si parla di band musicali che utilizzano, in tutto o in parte, il dialetto nel loro repertorio. Generalmente vengono identificati, ghignando, come "roba nostra", "roba de qua". Ora, io posso portare la mia personale, limitata esperienza nel campo riferendomi a due particolari esperienze. La prima è quella dei Radiofiera di Ricky Bizzarro che nell'ultimo cd "Atimpuri" sciorinano tutta una serie di canzoni in dialetto, proseguendo, comunque, una teoria già iniziata nella loro passata produzione discografica. Per conoscenza personale posso decisamente garantire che non c'è alcun ammiccamento di "prurigine autoctona" nelle canzoni di Ricky Bizzarro. Anzi, direi. Sono piuttosto una sorta di rivendicazione di provenienza da un mondo, Fiera di Treviso, con tutta una sfilza di personaggi caratteristici che si affacciano a un mondo più grande, da esplorare con curiosità. L'altra, meno conosciuta ai più, è quella di una band troppo facilmente etichettata come band da sagra paesana e da confusione. I Los Massadores vengono da Riese Pio X, piccolo paese con una spontaneo e stimolante status culturale giovanile da città più grande. Non nascondono, come i Radiofiera, le loro origini, anzi, ne sono, come me, un pochetto orgogliosi, ma la loro propensione al dialetto e al vaudeville è piuttosto travisata. Nel loro "Scheiline" (già il titolo vuol dir qualcosa) parlano di questioni piuttosto spinosette del nostro territorio e credo che la canzone che meglio evidenzi queste questioncine sia "L'ignodanza": una sorta di parodia di quelli di cui parlavo all'inizio. I Testimoni di Geova della Serenissima Repubblica. I paladini de "A Terra Ze (o Xe) Nostra". E' clamoroso quando nella canzone, dopo una serie di orgogliosissimme rivendicazioni di veneticità, si finisce per parlare di badanti. Una roba tipo: "Sì, sì, ste casa vostra, ma da dove vien a badante de to mare?". I Testimoni di Geova della Serenissima Repubblica, quelli che sono stati alla Johns Hopkins per il seminario sul doge Giovanni Bembo, prima di ammiccare gongolanti e dire: "I Ze (o Xe) dei Nostri", almeno i testi delle canzoni dovrebbero leggerli. Almeno quello.

Una piccola favola d'agosto
Stazione di Padova. Pomeriggio/sera d'un venerdì. Arrivo col treno e mi dirigo verso l'uscita. C'è qualcosa di nuovo però in stazione. Di fronte al consueto parterre di tossici marci, puttane, extracomunitari pronti a tutto  sono schierati in circolo dei ragazzotti, ma anche gente un po' meno ragazzotta, che cantano Inni a Dio. In circolo dentro all'atrio della stazione di Padova. Una scena surreale. Questi che cantano in circolo agitando le braccia e le gambe con i loro Tao di legno che penzolano dal collo e tossici, questuanti, homeless che li guardano straniti. Che non capiscono un cazzo di quello che sta succedendo. Mi fermo un attimo e un pensiero feroce mi passa per la testa. "Ma se proprio ti toccasse scegliere da che parte stare, se la vita ti mettesse con le spalle al muro, da che parte preferiresti stare?". C'ho pensato a lungo, ma poi ho scelto. Preferirei stare tra quelli che che cantano e ballano. Per una questione d'aspettativa di durata di vita.