domenica 4 agosto 2013

TRA LIBRI E MUSICA ALL'INIZIO D'AGOSTO (1^ PARTE)

All'inizio d'agosto non si dovrebbero far ragionamenti troppo complicati, meno che negli altri periodi dell'anno, perchè, appunto, è agosto, ma i pensieri (in effetti "ragionamento" è una sovrastima) capitano quando capitano e si scrivono costì.
Una delle cose che m'ha colpito durante quest'ultimo girovagare dietro all'uscita d'"Imerio" è il fatto che i migliori librai (cioè quelli che fanno i librai per missione e non perchè "un'attività commerciale vale l'altra" e che non confondono un libro con i bermuda a fiori) che m'hanno ospitato preferiscono, tra i miei libri, "La Storia Balorda". La faccenda è singolare perchè tra i miei sei lavori pubblicati, compresi quelli col "Foglio Letterario", "La Storia Balorda" è il libro che ha venduto meno. Più o meno come "Compagno di Viaggio" e "Bluespadano", ma a siderale distanza dal "Cannibale" e "Imerio". I librai e moi meme abbiamo cominciato a sfugugliare sulla questione. "Com'è che il libro in cui s'è cercato un passettino in avanti nello sviluppo della storia sta occupando bancali nel magazzino dell'Instar Libri?". Non è che servono tanti sforzi per capire stà storia. In Italia, si richiede un certo tipo di storia: aldilà delle varie derive erotico/disgraziesche che vanno di modissima, serve una vicenda molto circostanziata e che non richiede particolare sforzo da parte del lettore. Questo è, senza mezzi termini, ciò che l'editoria, sbavando di continuo sul termine cultura, sollevato a più non posso, desidera. Roba semplice, vendibile, che non stiamo qui troppo a rompere i coglioni. Credo che possa essere sottolineata all'uopo una frase di Ernesto Ferrero prima dell'ultimo Salone del Libro: "Ciò che impensierisce è il fatto che sembra che il lettore dal libro desideri più una conferma di quanto già conosce, piuttosto che apprendere qualcosa di nuovo", a cui può essere aggiunta una curiosa constatazione di Giovanni Cocco, finalista al Campiello di quest'anno, in cui sottolinea come, dopo più di 30 rifiuti da parte di case editrici italiane, la sua sorte si sia volta al bello quando il suo agente è riuscito a vendere "La Caduta" a una casa editrice straniera per la traduzione. Il giorno dopo hanno iniziato a bussare alla sua porta (più verosimilmente a quella dell'agente) un sacco di case editrici nostrane, molte delle quali avevano già rifiutato in precedenza il manoscritto. Insieme queste due affermazioni portano a una terza opinione espressa da Walter Lazzarin, scrittore di valore di piccolissima casa editrice, ma perfettamente condivisibile che "se David Foster Wallace e Don De Lillo fossero stati italiani, nessuna casa editrice li avrebbe pubblicati perchè troppo innovativi, troppo poco quadrati. Sono stati pubblicati in Italia solo perchè in America avevano ottenuto un grandissimo successo". Da questo tipo di understatement, i grandi editori strombazzano di CULTURA, o meglio, della mancanza di cultura, come se le case editrici non ne dovessero essere veicolo in primis, riverberando ciò che di pazzesco m'accade quando giro per le scuole: annoiatissimi insegnanti di lettere si sfogano dicendo che questi ragazzi non hanno cultura. "E chi cazzo gliela deve insegnare? Me nonno in carrioea? Perchè cazzo ti pagano, scusa?". Tutto ciò porta al favoloso risultato che il libro forse più ben scritto che io abbia letto recentemente, con tutto un progetto linguistico e sociale alle spalle, "L'Erba che Fa Il Grano" di Paolo Repossi languisca nei magazzini della casa editrice che l'ha pubblicato, mentre "Io ti Vedo", "Io ti Sento", "Io ti Palpo", che fanno cagare anche solo a osservarli graficamente, perchè hanno risparmiato pure sulla grafica, viaggiano a nastro. A quel punto a chi si gratta la testa sulla questione, sorge un dubbio: "Vuoi vedere che, davvero, hanno ragione quelli che dicono che, pur ululando contro il degrado culturale italiano, agli operatori culturali interessa un sacco che si resti tutti un bel po' gnurant, così propinano paro paro quello che pare a loro?".

Continua la prossima volta, parlando della musica...

lunedì 22 luglio 2013

MUHAMMAD ALì, STORIA DI UNA RIVOLUZIONE

Non c'è niente da fare. A me piace la Storia. Fin da bambino, quando lessi tutto "Conoscere", ma con particolare gusto quando si parlava di Storia. Chissà perchè? Ma tant'è. Per questo, credo, io amo il Romanzo Storico, anche se cercare esattamente di capire cosa sia il romanzo storico ci vorrebbero 65 post, altrui e miei, e alla fine non c'avremmo capito un cazzo. Amo anche slittare dal Romanzo Storico ai libri che parlano di Storia, possibilmente non scritti da storici che tendono sempre un po' ad arronfare il lettore, e alle Biografie. Ho scoperto che, in genere, amo i biografi connazionali del personaggio trattato, perchè vivono nello stesso paese e, probabilmente, hanno un medesimo modo d'annusare l'aria. Non a caso ho amato alla follia, per esempio, "L'ultimo Treno Per Memphis/Amore Senza Fine", la biografia di Elvis e "Sweet Soul Music" scritte entrambe da Peter Guralnick che hanno dato un bello scossone all'idea che potessi, un giorno, magari scrivere qualcosa. Allo stesso modo non ho per nulla amato, proprio no, un libro sul quale m'ero buttato a capofitto, "Bartali, la strada del coraggio", un libro d'una gran bella casa editrice, 66th and 2nd, con una bellissima copertina, ma che però, in questa occasione, ha pescato il granchione. Sarà un caso che il libro su Bartali sia stato scritto da Aili e Andres Mc. Connon, per nulla toscani, se non, forse, abitanti del Chiantishire, ma incapaci di capire "eh sì dopo una maialata costì, l'è facile dimentihar le hose". Insomma, a mio avviso, bisogna esser biografi di compaesani e di connazionali se si vuol esser credibili, ma ci sono circa un migliaio d'eccezioni. Ve n'espongo due: di due amici, che si tende sempre a far la Cupola.
"Blues" d'Edoardo Fassio, che è fosse l'unico libro sul blues in Italia scritto immedesimandosi sui personaggi,  con semplicità, piuttosto che trattandoli con enfasi psicologizzante che per leggerli ci vuole un vocabolario per capire che cazzo voglia dire o non dire una frase e "Muhammad Alì - storia di una rivoluzione" d'Andrea Bacci di cui adesso vi racconto, perchè questo è solo il preambolo e adesso, dalla prossima riga, viene lo svolgimento.
"Muhammad Alì", diciamolo subito così ci togliamo il pensiero, è un libro che ti cappotta, perchè parla d'un personaggio amatissimo. Io da bambino, alla scuola elementare, durante la ricreazione pugilavo sotto un salice e facevo Cassius Clay: indietreggiavo e colpivo l'avversario. Clay era magnifico. E poi quando son diventato appassionato di blues ho, erroneamente, osservato adorante le icone dei poveri neri redenti dalla musica e dallo sport. Osservavo cazzate e mi piacciono un sacco i libri che le evidenziano alla faccia mia. Clay falsamente povero, ma iconograficamente povero, che diventa campione del mondo battendo in due incontri truccati Sonny Liston che, invece, è il classico prodotto dello slum, che perdipiù ascolta per allenarsi "Night Train" di James Brown. Che alla fine ho fatto il tifo per Sonny, perchè era veramente uno venuto fuori dalla merda e a forza di pugni una posizione da meno schifo è riuscito a costruirsela. Per un po'. E poi "Smokey Joe" Frazier, che Andrea Bacci riesce a far risplendere più dell'attore protagonista, che fa crescere il desiderio di saperne di più sulla sua vita qui accantonata, con "Thrilla in Manila" (il 3^ incontro tra Alì e Frazier) raccontato come se stessi vedendolo là nelle Filippine. E poi le bugie dei musulmani neri, che ricordano vagamente i mormoni di Twain in "In Cerca di Guai" e tutte quelle cose, come l'eterno paternalismo dei bianchi nei confronti dei neri, che Andrea ti mette sotto il naso quasi senza che l'io lettore (nel senso di proprio io) se ne accorga. Non lo so perchè, che di certo Bacci non aveva quest'obiettivo, ma mi sembra uno dei più bei libri scritto sulla condizione dei neri d'America, scritto senza professorismo e alcuna retorica. Godibilissimo anche dagli appassionati di musica nera per far passar loro, una buona volta, l'eterno desiderio di pauperismo di "sveglia al collo e anello al naso". L'unica cosa che non m'è piaciuta è il fatto che, tanto per cambiare, m'ha tirato dentro e m'ha fatto venir voglia di scrivere un romanzo sul pugilato. Tipo, appunto, su Joe Frazier o su Sonny Liston. Ma, purtroppo, come già scrissi, per scrivere di pugilato ci vogliono due marroni così. Andrea Bacci ce li ha. Io non so.

venerdì 12 luglio 2013

TENERE UN BLOG BLUES. O se preferite PFM BLUES.

Tenere un blog è un bel blues. Nel senso che la regola aurea del blogger dice: "Bisogna postare un articolo alla settimana". Neanche fossi un giornalista professionista. Come accidenti si può fare a postare un articolo alla settimana? Fortunatamente gli stimoli esterni sono fortissimi e oggi m'è proprio capitato un grande stimolo che, terminato stò preambolo, che ci vuole sempre un preambolo, m'accingo a raccontarvi.

Come sapete le communities sono diventate fondamentali per il passaggio delle informazioni e, giusto ieri, un post su un concerto nel mio dolce paese m'ha informato dell'evento in questione. C'erano in effetti i manifesti, ma corri de qua, corri deà vedi il nome del gruppo, ma non focalizzi bene la data. Allora facebook m'ha all'uopo informato che nel parco cittadino avrebbero suonato gli Area. L'involontaria, ma esplicativa, didascalia sottolineava: il gruppo del compianto Demetrio Stratos. Ora, mi sono incuriosito e sono andato a vedere quand'è morto Demetrio Stratos: nel 1979. Esattamente 34 anni fa. 34 anni fa, ripeto, e gli Area d'oggi continuano ad avere una ragione d'essere perchè fino a 34 anni fa suonava con loro Demetrio Stratos. La mia immediata reazione è stata: "Ma Veneto Jazz (l'agenzia che ha portato nel paesello gli Area, anzi (A)rea) in tutto il suo catalogo, non aveva un altro nome o gruppo più fresco degli Area che appartengono al pliocene?", ma pensando alla rovescia, "chi cazzo è stato dell'amministrazione comunale che tra il pacchetto d'artisti proposto è andato a beccare proprio gli Area? Chi è stò genio dalla sapienza musicale come quella d'un pesce palla?". "Sì però han suonato bene!" "Grazie al cazzo, han iniziato a suonare prima ancora del Parco Lambro e ogni strumentista è talmente bravo che ha suonato con tutti, e cosa t'aspetti che suonino male? D.C.". (che sta per un'esclamazione che non può essere scritta; più che esclamazione è un intercalare). Intendiamoci, mica è Ares Tavolazzi che mi ruga. E' l'idea, l'understatement, che non mi va, il revivalismo del cazzo che spopola dovunque, come se la gente non sapesse che gli anni '70 e '80 sono passati fate voi il calcolo quanto tempo fa, ma, inutile pregare la Madonna che faccia il miracolo, non tornano più. 
E oggi una telefonata m'ha spinto a scrivere stà roba. Dall'altro capo del telefono una voce innocente e amica mi fa: "Viene a Treviso a sentire i PFM che rifanno Dè Andrè?". Sfortunatamente per lei non sono riuscito a stare zitto. "Ma D.C. (stesso intercalare di prima), lo sai qual'è il primo disco che ho acquistato nel 1978 quando ho comprato lo stereo? "Fabrizio De' Andre con la PFM". Quello arancione (Vol.1), che quello verde non l'ho comprato (Vol.2). Avevo sedici anni e adesso ne ho 51. Ho visto i PFM al palazzetto del mio paese che i PFM portavano in giro "Volo aVela" (con dentro, curiosamente, "Maestro della Voce", dedicata a Demetrio Stratos) che avrò avuto massimo 19 anni. Sono passati più di trent'anni e mi chiedi d'andare a vedere i PFM, che avranno minimo 70 a cranio, che suonano De' Andrè? Ma che D.C. (idem come sopra) mi chiedi?". 
Cazzo, cazzo, cazzo, dal 1980 sono passati 33 anni e ci saran state decine migliaia di band solo nella mia provincia che hanno rotto i coglioni con le ciaccole sulla musica e coi cazzo di loro esperimenti sonori, dico solo nella mia provincia, per non parlare di tutta Italia e dopo 33 anni i programmi delle manifestazioni propongono Gli Area e i PFM. Ma che cazzo abbiamo fatto tutto questo tempo, che cazzo abbiamo parlato di musica e suonato a fare se ancora c'è gente che sbiella davanti al ricordo dei meravigliosi anni 70 e 80? Ma P.M. (cambio di intercalare, ma l'effetto è, nella sostanza, il medesimo).

P.s. Volevo solo dire che questo non è un brontolamento, ma un'accesa riflessione.

lunedì 8 luglio 2013

LA GRANDE BELLEZZA, IL VENTOUX E VITO FAVERO (SOPRATTUTTO).

Non so se a qualcuno interessi, non m'aspetto che accada, ma quest'estate per le vacanze estive, che faccio in giugno, sono andato sul Ventoux. Era da quando scrissi "L'Uomo della Biglia", il capitolo attorno al quale è ruotato "L'Ombra del Cannibale" che desideravo andarci. Volevo vedere il posto dove il Monte s'era ingoiato Tommy Simpson e alla fine ci sono andato. Vi risparmio tutte le descrizioni e le emozioni, per le quali ho altri progetti, ma intendo soffermarmi su una questione fondamentale, sulla quale non ho nessun progetto: "Perchè nel 1994 partii alla volta del Mississippi per visitare le tombe di Sonny Boy Williamson II, Robertino Johnson e Charly Patton e nel 2013 me sono andato sul Mont Ventoux a vedere la stele di Tommy Simpson?". La trasformazione per me ha dello straordinario, ma non intendo frequentare strizzacervelli per comprenderla, anche perchè La Santa ne "La Grande Bellezza" ha per l'ennesima confermato le mie, personali, risposte. "Mangio Radici, perchè le Radici sono importanti". Le mie radici non stanno in Mississippi, ma in una televisione in bianco e nero, dentro al salotto della mia famiglia, in cui guardavo il Giro d'Italia e il Tour de France all'inizio degli anni '70. E anche il Milan di Luciano Chiarugi, che preferivo persino a Gianni Rivera. Tutto qui. E anche tutta qui sta la mia idea d'intervistare Vito Favero, meraviglioso mio co-provinciale, di Sarmede, arrivato secondo al Tour del 1958 dietro Charly Gaul e prima di "Gem"Geminiani. La cosa che m'ha impressionato sia con Vito Favero che con Imerio è la totale facilità d'incontrare stè persone, basta una telefonata, un "Se Vedemo?", perchè l'appuntamento venga fissato con semplicità. Un appuntamento con delle leggende: con degli eroi che si rivelano del tutto "antieroi", nonostante la moglie di Vito mi faccia vedere una sfilza di foto in cui lui è insieme a Gaul, Jacquot Anquetil, Gastone Nencini e io possa vedere, contemporaneamente, il soggetto della foto insieme a me bere un prosecco fatto con l'uva che viene su proprio dietro la casa. "Sì, sì, siamo ospiti del Tour de France, a Parigi, l'ultima domenica. Lì ci chiamano sempre". "Sì, sì, nel '58 non c'erano tante moltipliche, facevano l'Izoard e il Ventoux col 50 X 23, massimo 24". "Ah l'acqua di Vichy è proprio benedetta"."Beh sai, fino a un po' di anni fa avevo 50.000 polli qui dietro, su quel capannone in fondo". Proprio come diceva quel cantautore che una volta mi piaceva un sacco, "Tra Palco e Realtà", Vito Favero è proprio così: tra palco e realtà, molto vicino a  un altro posto in cui la bicicletta è stata miracolata: Colle Umberto, dove nessuno sa è nato uno dei più grandi track del ciclismo: Ottavio Bottecchia. Eppure a San Martino (di Colle Umberto) c'è solo uno stradone e nessuna traccia d'una memoria d'Ottavio. Come si dice sempre, in Francia c'avrebbero fatto minimo un mausoleo e vi si sarebbero recati un sacco di ciclisti a rendere omaggio. E adesso che ci penso su mi viene pure in mente il Ponte della Becca, che ho attraversato per andare a fare una presentazione alla stupefacente "Libreria Delfino" di Pavia. Il Ponte della Becca. Il più bel manufatto costruito dall'uomo lungo il Grande Fiume Po, tirato su proprio dove Ticino e Po s'incontrano, in un posto meravigliosissimo. Oggi è in stato di semiabbandono. Se vivessimo in un paese civile, la Francia per esempio, che in "Imerio" così tanto insulto, avrebbero deviato la strada e curato e lasciato il ponte ai pedoni e alle biciclette, per glorificarlo, ma come direbbe la Santa: "Le Radici non si spiegano, si curano".

P. S. Ho sorvolato volutamente sull'intervista a Vito perchè, anche su questa, ho qualche progetto e anche su San Martino di Colle Umberto. E i progetti si svelano, evidentemente, dopo.

venerdì 28 giugno 2013

BRONTOLO AND MARACANAZO BLUES

Questo post è una diretta conseguenza di uno dei miei spettacoli: "Camus era un portiere di calcio", volto a far comprendere, come sottolineava Albert Camus, che lo sport è molte volte la miglior metafora della vita (e della morte, forse aggiunta inutile se nella vita s'include anche la morte, ma non sto qui a cavillare).
Questo post è anche diretta conseguenza del fatto che un'amica m'ha regalato un nano da giardino, Brontolo, per la mia perpetua tendenza al brontolamento esplicitata in una nota community. Tutto ciò m'ha molto divertito, ma fatto anche riflettere: vuoi vedere che Daniela c'ha pure ragione? Che sto diventando un vecchio trombone? Da tutto ciò discende "Brontolo and Maracanazo Blues" che inizia immantinente e che va letto, forse inutile precisazione, con una certa ironia.

Perdonatemi, ma io posso sopportare:
1. I giornalisti che conducono la lettura dei quotidiani del mattino a RadioTre e che poi rispondono alle domande degli ascoltatori sulla crisi con una sicumera che lascia interdetti, tanto si sa che fanno parte d'una categoria che la crisi manco la sentono da lontano.
2. Esperti di vario genere interrogati sullo stesso tema sempre da RadioTre (io quella ascolto) che concionano sulla medesima questione e conservano lo stesso atteggiamento: osservano come chirurghi le interiora d'un paziente devastato da una metastasi e dicono "cosa vuoi fare, questo deve morire"! e fanno richiudere scuotendo la testa, tanto comunque il cancheraccio ce l'ha il paziente e mica loro.
3. Lo stato in cui versa la scuola, visto che il rettore dell'Università di Venezia parla in tivvù delle difficoltà dell'Ateneo che presiede e tu ti domandi come cazzo possa parlare di problemi della scuola e abbia potuto diventare rettore di quell'Università essendo stato il tuo PEGGIOR (per doti umane, che spesso sono fondamentali per una didattica) professore nel quadro d'un percorso di studi durato 20 anni che ha passato in rassegna una cinquantina d'insegnanti che non hanno affatto lesinato nel raggiungere punte verso il basso.
4. L'evidente nepotismo nei ruoli più pagati dell'Amministrazione Pubblica, in particolare nel settore dell'informazione, che perpetua la separazione tra le classi per nascita e anche il detto: "chi ce l'ha nel culo, per favore, se lo tenga!".

ma, proprio, vado via di matto quando:
1. Si parla della semifinale di quella merdina di "Confederation Cup", pompata a manetta perchè ormai il calcio deve pomparsi da solo, tra Brasile e Uruguay e la si confronta col memorabile afflato e affatto metaforico e sorianamente trattato "Maracanazo" del 16 luglio 1950.
2. Si introducono con effrazione bojate come "Ho scelto di Stare davanti alla Porta" di Sandro Mazzola e Marco Civoli e "Gli Angeli Non Vanno Mai In Fuorigioco" di Fabio Caressa, nella sestina finale del premio letterario sportivo più importante d'Italia, con l'unica finalità di riempire una piazza piuttosto che di preoccuparsi di questioni di, parola ormai desueta, LETTURA. (A quelli che penseranno che ce l'ho perchè "Imerio" non è stato selezionato, rispondo che c'erano tanti altri libri che meritavano quei tre posti (perchè ce n'è un terzo che non cito che mi ruga i marroni per l'evidente compiacenza della scelta), tra cui capolavori assoluti, piuttosto che l'evidente pattume libro-televisivo selezionato).
3. Un libraio, diventato mio amico, mi comunica che nella sua libreria d'improvviso esplode la foga dell'acquisto dei libri di Mario Rigoni Stern, autore nato e vissuto a non più di venticinque chilometri dal luogo dove la libreria si trova. Al suo chiedersi come mai ciò possa accadere risponde un lettore: "Ciò stò Rigoni Stern ze stà da Fazio a settimana scorsa!".

Devo dire che ciò che ho scritto è in linea colla cosidetta strategia del "Conflitto" elaborata da Massimo Carlotto, ma visto che non ho accesso liberamente a quotidiani o altri mezzi di comunicazione di massa, l'applico alle community e al mio liberissimo blog, mentre accarezzo con affetto il mio amico Brontolo, il nano da giardino che ora vive in appartamento.

venerdì 31 maggio 2013

INFERNO (3^ e definitiva parte)

Ora "Inferno" diventa qualcos'altro. Una metafora voglio dire. Cosa accidenti significa "Inferno"? Cioè la pubblicazione da parte di Mondadori, in Italia, ovvio, d'"Inferno"? 
Il problema mi si pone perchè, a rifletterci, "Inferno" è molto, molto, molto peggio del "Codice da Vinci". Nel "Codice" c'erano diverse panzane disseminate qua e là nel libro, ma la storia c'era, tanto che le panzane facevi finta di non averle lette, e persino un attaccamento ai luoghi. St. Germain de Pres, mi pare (o Saint Eustache?), la Cappella di Rosslyn e altri posti così. Invece "Inferno" è nientepocodimenoche TREMENDO.  Sembra scritto da un'accozzaglia di idioti che, e questa è davvero sorprendente, non si parlano tra loro. Che non si pongono minimamente il problema se c'è una connessione tra una scena e un'altra. Proprio, appare chiaro, che nessuno tra quelli che l'hanno letto durante la lavorazione se n'è proprio sbattuto un accidente di ciò che stava scritto nel libro. Ho letto un articolo su "Repubblica" di Firenze, in cui si parla di pezzi grossi di Mondadori e di traduttori, febbrilmente attaccati al libro, come fosse un importantissimo segreto militare. Ma se questi a pezzi grossi e pure ai translatori interessassero davvero i libri, o almeno ciò che noi riteniamo essere i libri: convogliatori di qualche concetto, agenti che causano pensieri, magari, nuovi, o che danno una  bella lucidata a pensieri vecchi, cosè così, allora gli uni e gli altri avrebbero davvero fatto una bella figura dicendo: "Questo libro non può essere pubblicato. Nel senso che non è neppure un libro. Non è un cattivo libro, perchè ogni cattivo libro ha in se' una qualche buonina intenzione. No. Non è proprio un libro. Le parole che sono scritte sopra hanno valore solo per il periodo che le riguarda. Fino al capoverso. Poi non hanno nessun altro valore, o quantomeno, non nel contesto espresso alla riga precedente, prima dell'a capo. Una roba così non può essere pubblicata!". In effetti, più ci penso, più catalogo l'oggetto "Inferno" nel materiale riciclabile. Non è come "Stabat Mater", "Il Ragazzo di Bruges", "La Tempesta" che, insomma, puoi passare ad altre mani che, magari, a qualcuno possono piacere. No. "Inferno" è spazzatura fatta di pagine. Va immediatamente buttato nella carta da riciclo, a meno che uno non ne trovi un altro ultilizzo, ma sicuramente non come LIBRO.
Immediatamente ho chiesto a chi ha letto il prodotto di carta dell'anno scorso, "50 Sfumature di Grigio", che cosa ne pensasse. Gli avvezzi alla lettura m'hanno guardato e, dopo breve circonlocuzione atta a giustificarsi, hanno sentenziato "SPAZZATURA". 
Allora io mi chiedo cosa rispondere a quelli che dicono che, comunque, "Inferno" e "50 Sfumature di Grigio" danno un supporto alla lettura. Sono un viatico per altre letture. Che girano intorno al fatto che entrambi gli oggetti sono MERDA SCRITTA, dimenticando che magari le case editrici dovrebbero tentare, se non di volare alto, quantomeno di staccarsi da terra oppure di scavare poco.
Sono certo che una roba come "Inferno" faccia davvero male a tutti, che non ci sono santi che non dia alcun respiro al mercato editoriale perchè si rivolge a una fetta di mercato in prospettiva del tutto sterile, e che, per esempio,  il fatto che Mondadori (in Italia, all'estero altri) ne approfitti a più non posso sia veramente vicino al reato di "circonvenzione d'incapace". E adesso che guardo bene, pure "Le Sfumature" sono uscite per Mondadori. Che possa significar qualcosa?

martedì 28 maggio 2013

INFERNO (seconda parte)

Allora. Un mio caro amico m'ha detto, al Salone di Torino, che il post su "Inferno" che ho pubblicato sul blog un paio di settimane fa, andrebbe incorniciato. Il che ora mi crea un profondo imbarazzo, perchè questa è la seconda parte e la scrivo dopo aver letto le prime 88 pagine del suddetto "Inferno". Il precedente post che ho scritto molto onestamente, voleva mettere in luce la mia eterodossia in un momento in cui tutti mi danno dello snobbone, in quanto assumo delle posizioni del tipo: "Springsteen è meglio che smetta di suonare, perchè se continua così riuscirà persino a cancellare monumenti musicali come "Nebraska" e "The Wild, The Innocent, etc. etc", oppure "che cazzo sbavate sul Salone del Libro che si vede a duecento metri che è come la Sagra dell'Agnolotto, solo che i libri non si magnano?"o, più locale, "chi cazzo se ne incula del castello di Castelfranco Veneto, se la città non ha nessuna vita culturale? I monumenti servono solo se una città li può apprezzare e questo impone un certo livello di saper stare al mondo, che guardacaso è proprio ciò che non c'è!". Insomma, volevo liberarmi un poco del mio snobismo e ho fatto tutto un post sul divertimento della lettura, che, per l'amordiddio, sottoscrivo in pieno, solo che, questa mattina, ho speso 22.50 euro (la mia libreria di fiducia mi fa sempre lo sconto del 10%) per comprare, per l'appunto, l'ultimo Dan Brown chè non volevo essere tacciato di partigianeria in partenza. Ebbene, già dopo una quindicina di pagine mi sono cominciato a chiedere se non avessi fatto meglio a mettere quei 22.50 euro nella cassetta delle elemosine del Duomo del mio paese, rimanendo assolutamente sconvolto dalla dabbenaggine e dalla sommarietà degli incastri giallistici. Immagino Enrico Pandiani mangiarsi il foulard nel suo stretto studiolo infarcito di libri per cercare meccanismi noiristici, diciamo così, a orologeria, che scoppino al momento giusto, dettagli minimi che ricongiungano inaspettatamente una trama. Oppure immagino, retrocedendo nel tempo, il "negro" Dumas tenersi celata fino in fondo ai "Tre Moschettieri" il legame tra Athos e Milady. Insomma vedo nettamente la sofferenza dei noiristi, giallisti, o come volete chiamarli voi, nel dosare il dettaglio, la violenza, il mistero, per ottenere una miscela credibile e godibile agli occhi del lettore esperto e mi chiedo come accidenti sia possibile che qualcuno acconsenta alla pubblicazione d'una cagata pazzesca come "Inferno". I meccanismi non s'incanstrano, trascuratezza bestiale nei particolari (del tipo Robert Langdon soffre di clamorose amnesie, ma si ricorda username e password della sua casella e-mail dell'università di Harward), scene assurde (come proprio mentre i cattivi li stanno beccando il suddetto Robert Langdon s'accorge che i mocassini italiani sono meglio di quelli inglesi e decide che da quel momento in poi li comprerà sempre): tutto ciò passato inosservato sotto agli occhi degli editor che non si capisce che tipo d'assistenza abbiano offerto allo scrittore. Subito all'inizio, diciamo entro le prime dieci pagine, c'è il riferimento a un orologio di Topolino che chiunque sia un poco pratichetto capisce che sarà un dettaglio importante del libro, anche se non ne ho la conferma, perchè a pagina 88 ho smesso di leggere, concludendo il mio sodalizio con "Inferno" con un perentorio: "ma vai a cagare!". Ma, a questo punto della mia vita, s'è posto un clamoroso dilemma: "E come accidenti faccio a recuperare quei poveri 22.50 euro?". Sono tornato dal mio libraio, mi sono inginocchiato davanti a lui e l'ho pregato come si prega davanti a un capitello: "Ti prego cambiami sta' merda di libro. Ti prego. In cambio te ne compro uno di Baricco, o anche "Se Ti abbraccio non aver paura", oppure anche quello che parla di quanti pezzi siano stati fatti della tipa che è stata rapita nel mio paese, ma, ti prego, cambiami stà merda...". Il mio libraio è buono. M'ha detto che potevo scegliere quello che volevo. Ho preso "Point Lenana" di Wu Ming 1 e anche oggi ho salvato la ghirba. A dir la verità il libraio voleva che prendessi qualcos'altro, perchè "Inferno" costa cinque euro in più di "Point Lenana", ma non ho voluto. A voler essere ciò che non si è, e io sono snobbone e rompicoglioni, bisogna pagare dazio e 5 euro mi pare un prezzo equo.